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QUESTO SITO STA CON IL PAPA

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lunedì 12 ottobre 2009

Digiuno quaresimale e noterelle storiche

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Come ogni anno la Chiesa, durante il periodo quaresimale, invita tutti i cristiani al digiuno e astinenza per vivere più intensamente il mistero pasquale.
Oggi, lo sappiamo bene, il digiuno viene riscoperto per diverse ragioni. E’ una misura salutistica per i nostri corpi appesantiti da un’attitudine consumista divenuta sempre più evidente nei Paesi ricchi: siccome si mangia più di quanto è richiesto dal corpo, allora in nome dell’estetica e del benessere fisico ci si sottopone a diete e digiuni. Ancora, vi è chi digiuna per motivi politici: il digiuno viene allora ostentato e mostrato, reso altamente eloquente dai mass media, come strumento di pressione e di lotta.
Questi volti del digiuno non vanno biasimati, ma piuttosto considerati per riflettere e far emergere con chiarezza la specificità del digiuno cristiano. Il digiuno e l’astinenza, insieme alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità, appartengono, da sempre, alla prassi penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di implorazione dell’aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre. Per fare questo occorre saper dire dei “no”, fare opera di resistenza e di lotta, sapersi privare di qualcosa anche se buona e vivere tutto questo non solo a livello di pensiero, ma anche con il corpo.
E a proposito di digiuno, desidero qui riportare alcune noterelle storiche, scritte dal prof. Giuseppe Poli, Ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Bari, che doverosamente ringrazio.
Nel 1537 fu invitato in loco un quaresimalista (dotto e valente oratore che con le sue avvincenti e persuasive argomentazioni, illustrava la Quaresima attraverso una non comune eloquenza) che comportò per l’Amministrazione Comunale di Molfetta una spesa di circa 10 ducati. In base ai prezzi correnti a quell’epoca, quella somma equivaleva al valore di un quarto di vigna ad oliveto-mandorleto: cioè alla migliore qualità di terra che allora poteva essere oggetto di compravendita. L’importo sostenuto per il quaresimale era comprensivo di tutto quanto fosse necessario alla sua permanenza: dalla legna per il riscaldamento al vitto per la sussistenza. Scorrendo il rendiconto delle spese, si resta colpiti dalla frugalità della dieta cui egli fu sottoposto per tutto il periodo della Quaresima. Con regolare monotonia i suoi due pasti giornalieri consistevano in una porzione di pesce azzurro (per lo più sarde), un po’ di pane (non sempre di grano) e verdura (insalata, finocchi, cime ecc.); il tutto innaffiato con una modesta quantità di vino. Questa dieta ebbe inizio il 14 febbraio, giorno delle Ceneri, e si concluse soltanto a Pasqua che quell’anno cadde il 1° aprile. Solo a quella data il nostro quaresimalista ebbe la possibilità di variare il suo pasto e gli fu offerta della carne di capretto, uova e formaggio, nonché la solita quantità di vino. Per il giorno di Pasquetta egli mangiò ancora uova e ricotta, e così nei giorni seguenti, alternando le uova alla carne, fino al giovedì successivo quando, probabilmente, ripartì da Molfetta.
Per quanto frugale, il trattamento riservato al predicatore non deve farci dimenticare che rappresentava comunque una condizione di privilegio che molti suoi contemporanei avranno certamente invidiato. Se la semplicità di quella dieta era imposta dalla religiosità comune e dallo status ecclesiastico, va tuttavia ricordato che digiuno e astinenza erano la condizione permanente in una società che si misurava quotidianamente con i problemi alimentari.
Per fortuna non a tutti toccava le medesima sorte e qualcuno si sottraeva al destino di un’alimentazione povera ed insufficiente. Così tra carte conservate negli archivi locali, il prof. Poli ha potuto leggere di un buontempone che durante la Quaresima aveva rotto la tradizionale astinenza dalla carne. L’episodio è riferito da un non meglio precisato don Adurno Scaturro il quale, “per sgravio (della sua) coscienza”, asserisce di aver appreso che un tale Telemaco Esperto era stato visto “magnarsi una pignata de turdi (tordi) nel corso della Quaresima del 1606”. Per sottolineare la volontà deliberatamente trasgressiva del protagonista, il cronista afferma che “detto Telemaco non solo havea magnato turdi ma similmente una frittata d’ova” (sic!).
Non conosciamo la conclusione di questo episodio. Ma, considerati la rigida disciplina della Chiesa a quei tempi e alcuni riferimenti contenuti nel documento, possiamo supporre che l’incauto Telemaco incorse certamente in qualche spiacevole inconveniente. Lo Scaturro ricorda, infatti, l’odissea di un suo parente che, accusato di aver praticato arti magiche, aveva dovuto recarsi inutilmente ad Andria e Bari per ottenere l’assoluzione.
Più fortunato, invece, fu l’Arciprete don Marcello de Luca il quale, in verità, non infranse i divieti della Quaresima ma si riferisce ad abundantiam in occasione del pranzo Pasquale, “Questo don Marcello – scrive nella sua cronaca un po’ pettegola il quasi coetaneo canonico Girolamo Visaggio - fu huomo d’ottima conversazione, di gran lepidezza, particolarmente al gioco; al mese di Aprile, si fece una buona tabola e avendo contratto un gran indigestione nella pasca dell’anno 1710, burlando, burlando, passò in miglior vita”.
“Così va spesso il mondo”, direbbe Alessandro Manzoni (Cap.VIII).
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratta dal web.

lunedì 2 marzo 2009

I Riti della Settimana Santa a Bisceglie - 1^ parte

A cura di Vincenzo Di Leo.
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Ho avuto recentemente occasione di conoscere personalmente Vincenzo Di Leo, Priore della Confraternita di Maria SS. Addolorata in Bisceglie, il quale mi ha espresso il desiderio di vedere pubblicate su questo sito notizie inerenti la Settimana Santa della sua città, Bisceglie, che dista da Molfetta appena dieci chilometri.
Avevo già da tempo intenzione di pubblicare alcune foto da me scattate agli inizi degli anni '80 durante il famoso "Incontro" del Venerdì Santo mattina ... lo farò più in là, accontentando anche quanti mi hanno sino ad ora più volte chiesto di raccontare qualcosa sui Riti Pasquali di quella cittadina.
Per il momento pubblico in tre parti quanto scritto da Leonardo O. Di Leo, figlio del priore, che ci illustrerà sinteticamente la Settimana Santa Biscegliese.
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Panorama del porto di Bisceglie
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Introduzione
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Oggi sempre più paesi e città diffondono tramite internet informazioni riguardanti i riti quaresimali e le tradizioni legate alla quaresima ed al periodo della settimana santa. Ma sui Riti della Settimana Santa Biscegliese si è sempre scritto poco o troppo poco anche se la cittadina a nord del capoluogo pugliese è palcoscenico di uno dei riti più suggestivi e peculiari della pietà popolare pugliese: L´Incontro del Venerdì Santo.
Nel tardo pomeriggio del Venerdì Santo ha luogo la tradizionale Processione dei Misteri.
Grazie al sito "La mia Settimana Santa" dell´amico dott. Francesco Stanzione, Priore dell´Arciconfraternita della Morte dal Sacco Nero di Molfetta, vogliamo iniziare a far conoscere in tutto il mondo i riti quaresimali che si svolgono a Bisceglie da secoli.
Bisceglie non può vantare un calendario ricco di eventi e processioni legate alla settimana santa dato che le due manifestazioni religiose hanno luogo entrambe il Venerdì Santo lasciando il Sabato Santo al silenzio e alla meditazione sul grande mistero quale è la Passione di Nostro Signore proprio come è scritto nelle Sacre Scritture. Questo fa del Venerdì Santo biscegliese un concentrato di emozioni e suggestioni che rimangono impresse nell´animo di ogni biscegliese ma soprattutto di ogni visitatore. È proprio l´animo biscegliese a rendere la settimana santa meno ricca di tradizioni rispetto alle sue città limitrofe. Non ci è noto che un biscegliese abbia mai scritto una marcia funebre o altro componimento musicale per la "sua" settimana santa e che nessuna massaia abbia da preparare ricette tipiche del periodo che precede la Santa Pasqua. Ma per le strade del centro antico, soprattutto davanti al Convento delle Clarisse in S. Luigi, nei primi giorni della settimana santa si sente un delizioso ed invitante profumo di ciambelle glassate che in dialetto locale vengono chiamate "ciammille ccu scilieppe". In passato si preparavano in casa i tradizionali taralli ai semi di finocchio che con il loro gusto inconfondibile ricordavano a grandi e piccoli che la Pasqua era ormai prossima. Sulla tavola pasquale non può mancare la tipica e colorata "scarciedde" come in altri numerosi comuni della regione.
L´animo biscegliese è già prospettato ai giorni che seguiranno la Resurrezione di Nostro Signore: la scampagnata della Pasquetta qui chiamata "Lunedì del Pantano", le numerose feste religiose e le sagre campestri e cittadine che avranno inizio con la domenica in albis, dell´Ottava di Pasqua, e termineranno a novembre con la Festa in onore di San Trifone. Questo non vuol dire che i biscegliesi non vivano intensamente la settimana santa ma ciò spiegherebbe il numero esiguo di tradizioni legate ai giorni più importanti nella vita di ogni cristiano.
Prima di passare alla descrizione vera e propria voglio ricordare, per dovere di cronaca, che in passato la sera del Giovedì Santo avveniva la Processione di Cristo Morto nella "Culla", una bara di cristallo addobbata con ceri contenuti in portalampade di diversi colori, che in dialetto locale viene chiamata "Catìne". Il corteo processionale sfilava per le strade del centro cittadino a luci spente che le conferiva molta più suggestione rispetto ad oggi. Da parecchi anni questa processione è parte della Processione dei Misteri che si svolge il pomeriggio del Venerdì Santo.
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Nella settimana che precede la Domenica delle Palme, chiamata di Passione, in Concattedrale si svolge il Settenario in onore di Maria SS. Addolorata al quale partecipa sia la confraternita che l´associazione femminile.

* Testo di Leonardo O. Di Leo.

mercoledì 9 aprile 2008

PASQUA E PASQUETTA

NELL’ASTRONOMIA, NELLA TRADIZIONE, NEI DETTI

Su questo sito si parla tanto di Quaresima e di Settimana Santa, dimenticando spesso, diciamo sempre, il giorno di Pasqua, che è il punto di arrivo, in quanto vi ricorre la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Grazie al contributo del prof. Cosmo Tridente, colmo questa lacuna, pubblicando il seguente articolo, incentrato proprio sulla Pasqua, non senza prima fare la considerazione che oggi, 9 aprile 2009, mancano ancora un anno e tre giorni alla prossima Pasqua, che ricorrerà il 12 aprile 2009.

Nei primi tempi del cristianesimo la Risurrezione di Cristo veniva ricordata ogni domenica, vale a dire ogni sette giorni. Successivamente, però, la Chiesa cristiana decise di celebrare questo evento solo una volta l’anno. A questa decisione diverse correnti religiose si scontrarono nello stabilire il momento della celebrazione, scontro che si è risolto solo nel 325 d.C. con il Concilio di Nicea, convocato e presieduto dall’imperatore Costantino il Grande (A.D. 280-337), con l’avallo di Papa Silvestro I. A detto Concilio pare abbia partecipato anche San Nicola, Vescovo di Myra nonché Patrono di Bari e della Puglia.
Il Concilio, stabilendo un'unica osservanza della Pasqua, desiderava mostrare il suo impegno a favore della missione unitaria della Chiesa nel mondo. Si stabilì così che la Pasqua cristiana sarebbe stata celebrata la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera.
Quindi la primavera inizia il 21 marzo (equinozio di primavera), per il calcolo bisogna trovare la data della luna piena dal 21 marzo (compreso) in poi, la domenica successiva a questa data sarà Pasqua.
Cerchiamo ora di capire il significato lessicale di questa regola sancita dal primo Concilio ecumenico del mondo, quale fu quello di Nicea (attuale Iznik a 130 km da Istambul).
Il plenilunio (o luna piena) è la fase della luna durante la quale l’emisfero lunare illuminato dal sole è interamente visibile dalla Terra. Questo succede perché la posizione del satellite è opposta a quella della Terra rispetto al Sole.
Fin dall’antichità la luna è una presenza costante nella vita e nell’immaginario degli uomini, è il simbolo più classico e suggestivo del paesaggio naturale. Lo dimostrano anche i tanti modi di dire, entrati nell’uso comune, che fanno riferimento alla luna: avere la luna di traverso, lunatico, faccia da luna piena, promettere la luna e così via. Nel plenilunio le macchie lunari sono abbastanza evidenti, nonostante la notevole distanza del satellite dalla terra di 384.500 km. E a proposito di queste macchie, Dante (Paradiso,II,49-51) accenna alla leggenda popolare di Caino il quale, dopo aver ucciso il fratello Abele, sarebbe raffigurato nelle macchie lunari, condannato in eterno a trasportare sulle spalle un grave fascio di spine. Inoltre, pare che il disco pieno della luna ispiri desideri gastronomici, come suggerisce una vecchia canzoncina di bimbi, vera e propria invocazione al satellite: “Luné lune, / nu piatt de méccarùne, / nu piatte de carteddàte, / e lluné lune aggraziàte”. ( Luna luna, / un piatto di maccheroni, / un piatto di zughi, / o luna luna graziosa).
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La luna piena, in una composizione di immagini scattate
dalla sonda Galileo nel suo viaggio verso Giove

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Plato, uno dei più grandi crateri lunari, nel plenilunio

L’equinozio (dal latino “aequus nox” ovvero “uguale notte”) è il momento in cui il sole si trova al di sopra dell’equatore celeste per cui il giorno e la notte hanno la stessa durata. Per di più, i Padri conciliari precisarono che l’equinozio di primavera era fissato convenzionalmente il 21 marzo, primo giorno di Primavera in cui tutta la Natura reca un messaggio di rinnovamento e di risveglio, dopo le lunghe notti invernali.
Perché proprio la domenica successiva? Per Alfredo Cattabiani (Lunario: dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’Italia, Mondadori, Milano 1993) il collegamento della festa con la luna è dovuta alla narrazione evangelica della Passione e Risurrezione di Gesù. “L’ultima cena – scrive Cattabiani – si svolse la sera del primo plenilunio primaverile: sicchè i cristiani che si rifacevano alla tradizione apostolica fissarono la Pasqua alla domenica successiva alla festa ebraica per sottolineare l’evento fondamentale della Risurrezione”.
La data della Pasqua è quindi compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile (inclusi), essendo il ciclo lunare di 29 giorni. Infatti se proprio il 21 marzo è di plenilunio e questo giorno è sabato, la Pasqua sarà celebrata il giorno seguente, ovvero il 22 marzo. Se invece il primo plenilunio è di domenica la Pasqua sarà celebrata la domenica successiva. Inoltre, se il plenilunio succede il 20 marzo, quello successivo si verificherà il 18 aprile, e se per caso questo giorno fosse una domenica, occorrerebbe aspettare la domenica successiva per la celebrazione della Pasqua.
Una volta stabilita la data della Pasqua, si procede a ritroso per determinare la durata della Quaresima e la collocazione sul calendario del Carnevale e del Mercoledì delle Ceneri.
Per esempio: la Pasqua del 2009 sarà celebrata il 12 aprile, andando a ritroso di sette giorni avremo la domenica delle palme (5 aprile), retrocedendo ancora di quaranta giorni avremo il mercoledì delle ceneri (25 febbraio), il martedì che lo precede è l’ultimo giorno di Carnevale (24 febbraio) che, come si sa, ha inizio il 17 gennaio (“Sénd’Éndùene méscechere e sùene”) la cui durata dipende dal mercoledì delle ceneri.
Di seguito riporto le date della celebrazione della Pasqua fino al 2025.
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Si usa chiamare Pasqua bassa ( dal 22 marzo al 2 aprile) Pasqua media ( dal 3 aprile al 13 aprile) Pasqua alta ( dal 14 aprile al 25 aprile). La Pasqua del 22 marzo si ebbe nel 1818, l’evento si riavrà soltanto nel 2285. La Pasqua del 25 aprile, invece, si ebbe l’ultima volta nel 1943. La prossima sarà nel 2038 e l’augurio a tutti è di poterla festeggiare ancora da questo mondo.
La Chiesa esprime tutta la sua gioia per la Risurrezione di Cristo dedicando a Maria una preghiera, Regina Coeli (“Regina del Cielo”), che si recita a mezzogiorno del tempo pasquale, precisamente dalla domenica di Pasqua alla domenica di Pentecoste. La sua origine risale al XII secolo ma il suo autore non si conosce. La tradizione vuole che Papa Gregorio Magno una mattina di Pasqua in Roma, udì degli angeli cantare le prime tre righe del Regina Coeli, alla quale aggiunse la quarta.
Il lunedì dell'Angelo (detto anche lunedì di Pasqua) è il giorno dopo la
Pasqua. Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l'incontro dell'Angelo con le donne accorse al sepolcro. Invece “Pasquetta” è il termine laico che sta ad indicare questo giorno.
Il
Vangelo di Marco (16,1-7) racconta che Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli oli aromatici per imbalsamare il suo corpo. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l'accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto”. E aggiunse: "Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”.
Il lunedì dell'Angelo, non è festa di precetto per i cattolici ma è festa civile, introdotta dallo Stato italiano nel dopoguerra per allungare la festa della Pasqua, in modo da rendere quel giorno più festoso e sereno, senza il pensiero incombente del lavoro dell'indomani, così come avviene per il 26 dicembre (Santo Stefano), indomani di Natale. I due giorni, Pasquetta e Santo Stefano, sono "feste di comodo", create appunto per accrescere la serenità e il clima di vacanza di questi due giorni di grande festa, Pasqua e Natale.
Si tratta di un giorno di festa che generalmente si trascorre insieme a parenti od amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull'erba e attività all'aperto. Una interpretazione di questa tradizione potrebbe essere che si voglia ricordare i discepoli di Emmaus (Luca, 24,13-35). Infatti, lo stesso giorno della Risurrezione, Gesù appare a due discepoli in cammino verso Emmaus, un villaggio distante da Gerusalemme una decina di chilometri. Per ricordare quel viaggio dei due discepoli si trascorrerebbe, dunque, il giorno di Pasquetta facendo una passeggiata o una scampagnata fuori città. Dei due discepoli uno si chiamava Cleopa o Cleofa, sposo di Maria, detta appunto di Cleofa. E l’altro? Non ha nome. Alcuni studiosi hanno suggerito che il discepolo di Emmaus il cui nome non conosciamo fosse una donna, e ipotizzano che si trattasse di marito e moglie in viaggio verso Emmaus. Se così fosse, questa sarebbe una diretta prova scritturale che le donne erano tra i discepoli presenti all'Ultima Cena.
La tradizione vuole che il lunedì di Pasqua (in passato, il martedì, come testimonia lo storico Antonio Salvemini in “Storia di Molfetta”) i molfettesi si rechino presso la chiesetta della “Madonna della Rosa” per onorare un dipinto, dietro l’altare, della Madonna col Bambino e una rosa che simboleggia l’ardente amore materno (“Rosa Mistica” nelle Litanie Lauretane) che Maria mostra continuamente verso i suoi figli. Secondo un’antica leggenda, la chiesetta sarebbe stata edificata come ex-voto da un facoltoso bitontino (devoto della nostra Madonna dei Martiri) che, venendo a Molfetta e assalito in quel luogo dai briganti il martedì successivo alla Pasqua, sarebbe stato salvato dall’apparizione della Madonna in un roseto. Il bitontino si sarebbe nascosto nel folto cespuglio e da questo miracolo la Vergine fu chiamata “Madonna della Rosa”. Tale tradizione popolare è ormai scomparsa. Rimane solo il ricordo di un tempo che fu, quando si rimaneva in quel luogo a festeggiare fino a tarda sera e l’animazione era grande perché si imbandivano liete tavolate, all’insegna della spensieratezza. Molte bancarelle vendevano: necédde (nocelle), néuesce (noci), éminele ammedèsche (mandole mollesche), castégne du prévete (vecchioni), semmìende (semi), taràdde (taralli). Alcuni fornelli improvvisati arrostivano carne e involtini di agnello che spandevano lontano l’odore appetitoso; altre bancarelle vendevano vino e uova sode colorate. La festa campestre finiva con il calar del sole e la gente tornava a casa stanca ma soddisfatta, per dedicarsi al “travaglio usato”, come dice Leopardi
Ma non tutto era finito perché un’altra festa pasquale era imminente: la domenica in albis (dal latino “in Albis” sottinteso “vestibus” = vestiti di bianche vesti) in cui si celebra la festa della “scarcella” e dell’indulgenza. Ma questo è un altro discorso.

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Torre Madonna della Rosa (recentemente restaurata), di cui
si ha notizia sin dal 1549. Fino al 1960 era consuetudine
recarsi in quel sito il martedì dopo Pasqua per onorare un
dipinto della Madonna ivi custodito e per trascorrere la giornata
primaverile all’insegna della spensieratezza. Attualmente la torre è
di proprietà del Capitolo Cattedrale, al quale fu ceduta il 5 marzo 1581
dal Vescovo Mons. Maiorano Maiorani (1566-1597).



Nel linguaggio comune ricorrono “modi di dire” che sono collegati con la settimana santa e con la Pasqua. Vediamoli.

· “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, cioè è giusto e opportuno trascorrere il Natale in famiglia e Pasqua altrove.
· “A Natale sul balcone e Pasqua col tizzone”, ossia se a Natale la temperatura è mite, a Pasqua farà freddo.
· Quando la Pasqua verrà il 25 aprile, il diavolo sarà allegro perché, secondo una leggenda, Dio gli promise di prenderlo in Paradiso l’anno in cui la Pasqua fosse venuta il 25 aprile.
· “Non si può vedere Pasqua né dopo San Marco, né prima di San Benedetto”. Le date estreme della Pasqua, cioé, non possono precedere la festa di San Benedetto, il 21 marzo, né seguire quella di San Marco, il 25 aprile.
· “Essere felice come una Pasqua” riferito a chi manifesta una grande felicità, proprio perché il giorno di Pasqua è un giorno di grande gioia.
· “Pasqua venga alta o venga bassa, vien con la foglia e con la frasca”, ossia quando viene Pasqua le piante sono già nella vegetazione.
· “Pasqua piovosa, gregna granosa”, cioè se piove a Pasqua si avrà un buon raccolto di grano.
· “Chi vuol far Pasqua deve far quaresima”, ossia chi vuol far festa deve lavorare sacrificandosi.
· “Pasqua marzolina, o peste o guerra o terremoti”, cioè la pasqua di marzo è presagio di sciagure
· “Se piove il venerdì santo, piove maggio tutto quanto”.
· “Non c’è sabato santo al mondo che il cerchio della luna non sia tondo”.
· “Se piove il dì di Pasqua le pesche van in tasca”.
· “Broccoli e predicatori dopo Pasqua non son più buoni”

Concludo con una mia riflessione: Ogni Pasqua che va via ci lascia tanta nostalgia per i momenti più intensi vissuti durante la Quaresima e la Settimana Santa ed anche un po’ di malinconia per il tempo che vola inesorabilmente per ognuno di noi. E allora non ci resta che personalizzare l’esortazione di Wolfgang Goethe (scrittore tedesco e cantore della personalità individuale) che ha scritto: «Poiché il tempo non è una persona che potremmo raggiungere sulla strada quando se ne sarà andata, onoriamolo con letizia e allegrezza di spirito quando ci passa accanto».

Prof. Cosmo Tridente


* Testo e foto a cura del Prof. Cosmo Tridente.