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Visualizzazione post con etichetta Scritti del prof. Cosmo Tridente. Mostra tutti i post
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domenica 23 settembre 2018

La devozione mariana di Padre Pio

Oggi 23 settembre 2013, nel 50° anniversario della Morte di Padre Pio (ormai San Pio da Pietrelcina), il prof. Cosmo Tridente, collaboratore del sito La mia Settimana Santa, mi ha gratificato omaggiandomi di una sua recentissima pubblicazione dal titolo

LA DEVOZIONE MARIANA DI PADRE PIO
.

Allego la pregevolissima sua lettera di accompagnamento all'opuscoletto in questione, segno di grande stima nei miei confronti ... stima che a lui affettuosamente ricambio.


Trattasi di un opuscoletto di 24 pagine che focalizza l'amore di Padre Pio alla Madonna, sua protettrice anche durante le sue lotte contro il demonio e si conclude con un riferimento alla processione del Santo a Molfetta, che si svolge ogni anno proprio il 23 settembre.

* Testo e foto a cura del dott. Franco Stanzione.

mercoledì 28 febbraio 2018

Le Marce Funebri della tradizione molfettese

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Le marce funebri della tradizione molfettese sono veri e propri capolavori musicali che fanno da colonna sonora alle processioni del Venerdì di Passione, del Venerdì Santo e del Sabato Santo. Sono composizioni che rappresentano il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo; infatti iniziano in tonalità minore, che per natura esprime tristezza, per concludersi in tonalità maggiore che trasmette serenità e gioia per la Risurrezione. Come giustamente ha sottolineato Giovanni Antonio del Vescovo, il fatto che questo genere compositivo sia chiamato marcia funebre non significa che la composizione sia di basso livello: molto spesso non si dà la giusta importanza a queste composizioni, tra le quali vi sono veri capolavori di scrittura musicale, dove i compositori curano tantissimo l’armonia, la melodia, i fraseggi e il contrappunto.

Quando sono nate le marce funebri?

Il letterato e poeta Giacinto Poli, nel dare alle stampe nel 1851 a Napoli “Una processione del Venerdì Santo” scriveva che «soffermandosi di alquanto la processione in assegnati punti, soglionsi cantare varie strofette allusive alla circostanza, tra le quali quella del O vos omnes qui transitis per viam». Così incomincia una delle Lamentazioni di Geremia (1, 12), che Dante riporta testualmente nella Vita Nuova (VII). Da ciò si arguisce che anticamente, almeno sin alla prima metà dell’Ottocento, la processione non era accompagnata dalla banda come oggi si intende, ma appare più probabile che questa (processione) abbia inizialmente sostenuto il canto, per poi gradatamente limitarsi ad eseguire le marce funebri che via via entravano a far parte del repertorio molfettese.

Quante sono le marce funebri?

Sui libretti musicali della banda se ne contano 18, ma ci sono altre, fuori libretto, che vengono raramente eseguite perché ritenute tecnicamente “difficili” da concertare o non adatte al lento e grave incedere dei portatori delle sacre immagini.
Il repertorio delle marce funebri destinate alle processioni della Settimana Santa è giunto a noi grazie al lavoro del copista Vincenzo Avellis (1868-1954). L’attività di Avellis è oggi nota attraverso i manoscritti musicali custoditi in vari luoghi di Molfetta: la Biblioteca Comunale, l’Archivio dell’Arciconfraternita della Morte e dell’Arciconfraternita di Santo Stefano. Nella Biblioteca Comunale sono custodite numerose copie di marce funebri realizzate tra il 1928 ed il 1945; tra esse assumono particolare valore storico quelle poco conosciute odiernamente come La Congiura dei Giudei, composta dal maestro di cappella della Cattedrale di Matera, Vincenzo Tritto (1846-1918) e Pianto di Madre di Raffaele Caravaglios (1864-1941).

Chi sono i compositori?

A Molfetta è particolarmente acclarato il ruolo assunto da una triade di compositori “per banda” che in qualche modo dominò gran parte dell’Ottocento e del Novecento. Vincenzo Valente (1830-1908), Saverio Calò (1845-1908) e Francesco Peruzzi (1863-1946). In realtà ad essi andrebbero aggiunti Sergio Panunzio (1812-1886), del quale è andata persa La Tradita (marcia funebre composta per la morte di Ferdinando II) e Giuseppe De Candia (1836-1904), autore di due marce funebri, di cui una s’intitola Marcia n.4, meglio conosciuta dal popolo come marcia du vòeve perché gli intervalli musicali che caratterizzano il controcanto iniziale provocano una successione di suoni che sembrano imitare il muggito del bue.
A partire dagli anni ’60 del secolo scorso si sono fatti strada giovani compositori. Ricordiamo: Giovanni Picca (con la marcia funebre “Venerdì Santo”), Alfredo Fiorentini (con le marce “A mio padre” e “Una vita incompiuta”), Damiano Binetti (con le marce “Alba di passione” e “In morte del Maestro Angelo Inglese”), Michele Consueto (con la marcia “Shalom”), Mauro Spagnoletti (con la marcia “Michele”), Giuseppe Inglese (con le marce “Paolo” e “In memoria di Gina Altamura”), Giuseppe Amato (con la marcia “Mestizia”), Angelo Inglese junior (con la marcia “Crepuscolo”).

Sensibilità dell’animo molfettese

Gerardo de Marco, nel suo libro “Dalle Ceneri alla Settimana Santa” ha scritto che le marce funebri altro non sono che «composizioni musicali alquanto orecchiabili, dalla dolce vena melodica, esprimenti dolore e tristezza (come peraltro è consono all'atmosfera di mestizia del Venerdì e Sabato Santo) che palpitano, anche nei titoli, di ricordi nostalgici e tristi, di emozioni, di sentimenti popolari semplici e genuini. Un mondo fatto di piccole cose che rispecchia e riflette l'animo e la vita del molfet­tese, il suo quotidiano lavoro faticoso, sia esso dell'artigiano rinchiuso nella bot­tega, che del contadino confortato dallo stormire delle foglie o del marinaio cul­lato dallo sciabordare delle onde. In certi passaggi musicali si è portati a imma­ginare lo sbatacchiare delle vele ed il sibilo del vento tra il sartiame delle bar­che, la dolcezza di un tramonto sul porto, l'angoscia di un temporale imminente oppure la carezzevole nenia di una madre che amorevolmente culla il figlio.
Quante vicende sono celate nei titoli delle composizioni? Non lo sapremo mai compiutamente, eppure «Lo sventurato», «L'ultimo addio», «Tramonto tragico», «Povera Rosa», «Doloroso addio» - per citarne alcuni - lasciano intuire un mondo di affetti, di sofferenze e di dolore che ognuno può ripercorrere ricor­dando le proprie esperienze quotidiane. In questo senso la musica non resta fine a sé, ma diventa motivo di meditazione, conforto, preghiera ed eleva l'animo all'amore, alla carità , alla bontà».
Dopo questa breve carrellata storica, parlare di ogni singola marcia sarebbe un discorso troppo lungo che richiederebbe di annoiare i lettori, per cui mi soffermerò solo su una marcia, lo “Stabat Mater”, abbastanza conosciuta perché viene tradizionalmente eseguita alla ritirata dell’Addolorata (il Venerdì di Passione) e della Pietà (il Sabato Santo). La marcia prende il nome dall’inno liturgico, scritto in latino da Jacopone da Todi (Stabat Mater dolorosa / iuxta crucem lacrimosa…) e sta ad indicare la presenza di Maria ai piedi della Croce o seduta ad un masso tenendo sulle ginocchia il corpo esanime di Gesù.
La bellezza dei versi e il loro uso liturgico hanno richiamato l’attenzione di molti compositori in tempi e modi diversi: in particolare, è stato musicato oltre che da Rossini, da grandi musicisti come Scarlatti, Pergolesi, Verdi, Donizetti, Dvorak, Vivaldi.
Lo Stabat Mater di Rossini fu composto nel 1832 ed eseguito l’anno successivo nella Cappella di San Felipe el Real di Madrid. Per una composizione così lontana geograficamente l’impegno di Rossini non fu certo massimo: dei dieci brani della sequenza solo sei vennero composti da Rossini mentre un collaboratore, Giuseppe Tadolini, realizzò i rimanenti quattro.
Nel 1841 si rischiò la pubblicazione della composizione in questa forma spuria e Rossini ebbe quindi lo stimolo di revisionare l’intero spartito e comporre i quattro numeri mancanti. La prima “ufficiale” avvenne il 7 gennaio del 1842 al Theatre des Italiens a Parigi.
A proposito di questa marcia, dobbiamo fare un po’ di chiarezza. Esistono due versioni per banda dello Stabat: la n. 1 e la n. 2. Come ha scritto Giovanni Antonio del Vescovo, la versione che solitamente ascoltiamo, la numero 1, è una riduzione fatta da un anonimo musicista molfettese. Infatti nel manoscritto conservato presso la Biblioteca Comunale “G.Panunzio” di Molfetta leggiamo nel foglio iniziale: «Marcia funebre sui motivi dello Stabat Mater del maestro Gioacchino Rossini. Molfetta, febbraio 1928», senza alcuna indicazione relativa all’autore. Al di sotto della data, figura il nome di «Vincenzo Avellis», un noto copista che in quell’anno avrebbe provveduto alla trascrizione della marcia. Una conferma ulteriore del fatto che la n.1 sia di anonimo, la si ottiene da un altro manoscritto della Biblioteca Comunale: un libretto risalente al 1895, del primo bombardino. Esso consta di 17 marce in repertorio della banda di fine Ottocento. Una di queste marce è indicata semplicemente col titolo di “Stabat di Rossini”.
La versione n. 2, invece, è una splendida riduzione dell’opera rossiniana, operata dal Maestro Francesco Peruzzi nel 1927 e dedicata a suo figlio Giuseppe Peruzzi junior, come leggiamo nel 1°foglio della partitura conservata nell’archivio dell’Arciconfraternita della Morte: «Stabat Mater n.2 di Gioacchino Rossini. Ridotto a marcia funebre per banda. Partitura. A mio figlio Giuseppe Peruzzi, Presidente, e agli amici Vito Binetti e Giovanni Abbattista, componenti l’Amministrazione dell’Arciconfraternita della Morte, offro questo modesto lavoro. Molfetta, dicembre 1927. Francesco Peruzzi». Questa marcia, come sostiene l’autore citato, venne eseguita fino al 1935, data dalla quale la marcia non figura più nei nuovi libretti ricopiati da Avellis, rimanendo in uso sino ad oggi solo la “n. 1”.
Ancora un pensiero del compianto scrittore Gerardo de Marco: «Intorno ai tradizionali eventi della Passione, i molfettesi hanno saputo creare una cornice di misticismo religioso ed intensa spiritualità che, da secoli trasmessi da padre a figlio, continuano ad affascinarci e commuoverci».

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto Archivio privato del dott. Francesco Stanzione. 

mercoledì 7 giugno 2017

Alla Madonna dei Martiri

A cura del prof. Cosmo Tridente

 
 
ALLA MADONNA DEI MARTIRI
 
PATRONA MELPHICTENSIUM
   
«Salve o Maria, Regina dei Martiri, noi molfettesi residenti e sparsi per il mondo ti amiamo intensamente perché sei la nostra Protettrice e la nostra Madre di misericordia.

I nostri avi ti hanno sempre invocata chiamandoti “Médonnë dë lë Mértër’a Méri” (Madonna dei Martiri Maria). E noi continuiamo a invocarti con quel titolo supplicandoti di proteggere la nostra città, i nostri naviganti, i nostri emigrati. Sorreggi l’umanità nel suo futuro incerto; guida i sogni dei giovani al loro compimento; rinfranca le famiglie fragili e smarrite; riconduci i lontani, feriti dalla vita, alla casa del Padre; proteggi i piccoli, gli emarginati, chi è solo e senza amore, chi è malato, abbandonato, senza dignità né beni.

Ascolta i tanti molfettesi che si recano nel tuo Santuario per confidare a Te le loro gioie, i loro traguardi faticosamente raggiunti, le loro angosce, i loro drammi, i loro dubbi, le loro ansie, le loro delusioni, le loro tristezze, le loro disperazioni, sicuri di trovare lì un cuore materno pronto ad esaudire le loro preghiere, ad asciugare le loro lacrime, ad alleviare con carezze di madre le loro sofferenze, in questi tempi particolarmente difficili per l’umanità.

Aiutaci, o Madre, a mantenere accesa la fiaccola della fede e della speranza, specie nei momenti della vita quotidiana quando ci sentiamo stanchi, affaticati e depressi. Siedi accanto a noi e confortaci.

Fa’ che al termine dei nostri giorni possiamo venire incontro a Te in una festa senza fine, là dove i nostri occhi vedranno il Tuo volto risplendere di una dolcezza e di un amore infinito.

Noi ti preghiamo, o Maria, non lasciarci soli. Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà “O fiore di grazia gentile, Signora dei Martiri bella”».
                                                                                    
Preghiera pubblicata su “L’altra Molfetta” n. 9 di settembre 2014 (inserto speciale).

martedì 25 aprile 2017

Una riflessione: gli auguri di Buona Pasqua

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Cosa significa scambiarci gli auguri di buona Pasqua, oggi? Abbiamo visto persone che si auguravano buona Pasqua, e penso che a volte quell’augurio sia stato solo di facciata, di buon costume, di "vecchia" tradizione. Dire buona Pasqua a qualcuno è comunicargli la gioia di aver incontrato il Cristo Risorto e nel contempo significa invitarlo ad accogliere questa gioia; è annunciargli il Vangelo!
 
 

Per le strade della nostra città abbiamo assistito a tanti scambi di auguri, di abbracci, di baci e probabilmente alcuni di essi saranno stati sinceri nella forma, ma falsi, bugiardi, ipocriti, privi di significato nella sostanza.
Tanti giovani nello scambiarsi gli auguri si saranno domandati: Come stai trascorrendo queste feste pasquali? Con chi hai passato la notte? Forse risponderanno: benissimo; abbiamo ballato tutta la notte, ci siamo divertiti, abbiamo fatto sesso, poi siamo andati a fare colazione al bar... poi...., o altre frasi del genere.
Ma se la notte di questo week-end pasquale fosse stata identica alle altre notti, o se aveste cercato un divertimento nuovo, alternativo, diverso dal solito e non aveste incontrato il Risorto, quale senso avrebbe farsi tale augurio?
Inoltre c'è chi ha vissuto questa Pasqua come una vacanza, caso mai all'estero, alle Maldive, ai Caraibi o ne ha approfittato per fare un viaggio, per andare al mare o in montagna. Certo, tutto questo può essere bello, ma se in tutto questo fare, non abbiamo riservato uno spazio per incontrare il Risorto, quale senso avrebbe la vacanza pasquale?
Allora se ci siamo lasciati coinvolgere nella Pasqua di Cristo, se il Risorto lo abbiamo incontrato, la Sua gioia è entrata in noi, e possiamo con verità, lealtà, sincerità annunciarla con il nostro augurio. Dicendo a tutti Buona Pasqua, noi vogliamo comunicare la nostra fede nel Risorto!

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto a cura del dott. Francesco Stanzione.

sabato 26 marzo 2016

Ricordando don Tonino - Gli auguri di Buona Pasqua

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Era la Pasqua del 1986 quando il nostro indimenticabile Vescovo, Don Tonino Bello, inviò un bellissimo messaggio di auguri a tutta la Diocesi con  parole toccanti, vere, profonde e attuali (purtroppo!). Le ripropongo all’attenzione dei lettori di questo sito, ricordando loro che dire “Buona Pasqua” a qualcuno significa comunicargli la gioia di aver incontrato il Cristo Risorto. Che non sia solo un augurio di facciata, di buon costume, di “vecchia” tradizione. Non un augurio sincero nella forma ma falso e privo di significato nella sostanza. Solo così potremo poter dire agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli impavidi e a quanti vivono nella tristezza e nell’angoscia, per loro e per tutti: Buona Pasqua!


Cari amici,
come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi
con le formule consumate del vocabolario di circostanza,
vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo
profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’anima, quasi dall’imboccatura
di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà,
che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per
farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore,
è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la
distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non
la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti
che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani
senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad
accorciare sogni a lungo cullati. Coraggio, gente solitaria,
turba dolente e senza volto. Coraggio, fratelli che il
peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che
la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte
a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non
c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che
non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie
della vostra prigione.
Vostro don Tonino, vescovo
Buona Pasqua a tutti! 


* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratta dal web.

mercoledì 24 febbraio 2016

Un compositore siciliano nel repertorio molfettese delle marce Funebri: Errico Petrella

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Le Marce Funebri rappresentano il mistero della passione, morte e resurrezione di Cristo; infatti iniziano in tonalità minore, che per natura esprime tristezza, per concludersi in tonalità maggiore che trasmette serenità e gioia per la Resurrezione.
Capita ancora, passando in macchina in certi paesini del meridione, di trovarsi accodati, senza volerlo, a qualche corteo funebre accompagnato dalla banda musicale. Se non solo ci accorgiamo della musica, ma siamo curiosi, ci diranno che si tratta della marcia funebre “Jone” di Errico Petrella, marcia conosciuta in tutto il meridione d’Italia.
A Molfetta (come pure a Taranto) la versione di Jone che ascoltiamo durante la Settimana Santa è una riduzione del Maestro Francesco Peruzzi, mentre a Ruvo di Puglia e in molte città del sud la partitura musicale è della Casa Editrice Pucci di Portici. A differenza della prima che è più completa, quest’ultima versione è più corta e contiene i due canti principali dell’opera. Inoltre, a Bisceglie è tradizione ascoltare la marcia Jone nel suggestivo incontro della statua del Calvario con quella l’Addolorata, il mattino del Venerdì Santo.
Nato a Palermo il 10 dicembre 1813, ma vissuto prevalentemente a Napoli, Errico Petrella fu considerato il maggior operista italiano dopo Giuseppe Verdi. Scrisse 25 opere tra le quali: "I pirati spagnoli" del 1838, "Il Carnevale di Venezia" del 1850, "Elnava o L'assedio di Leida" del 1852, “Jone” del 1858, "La Contessa di Amalfi"del 1864, "I promessi sposi"del 1869, "Manfredo"del 1872, "Bianca Orsini" l'ultima sua opera scritta nel 1875.
Per avere un'idea della celebrità di Errico Petrella basterà sapere che per l'opera "Elnava" il San Carlo di Napoli e la Scala di Milano finirono in tribunale per contendersi il diritto a mettere in scena la prima rappresentazione assoluta. Malato di diabete, la morte lo colse a Genova il 7 aprile 1877. La salma, traslata a Palermo nel 1913, è tumulata in S. Domenico, nel Pantheon dei siciliani illustri.


L’opera Jone, dramma lirico in quattro atti su libretto di Giovanni Peruzzini (1815-1869), fu tratta dal romanzo “Gli ultimi giorni di Pompei” di Bulwer Lytton, ambienta a Pompei durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Peruzzini dichiara infatti di aver tratto l’idea «dalla favola d’amore su cui si appoggia principalmente il noto romanzo di Bulwer», di averne conservati i personaggi più importanti e di aver apportato riduzioni e variazioni per conferire la necessaria unità all’azione principale.
La storia racconta del ricco ateniese Glauco, che ama Jone, una giovane napoletana originaria della Grecia. Costei viene descritta come una ragazza di notevole bellezza che ricambiando l’amore a Glauco, scombina i piani di Arbace, gran sacerdote di Iside (Dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia), che aveva intenzione di sposarla. La presenza di Nidia, schiava tessala riscattata da Glauco, permette ad Arbace di compiere il suo piano: Nidia dà a Glauco un filtro d’amore, che gli causa un delirio a pesante sfondo sessuale (“in turpi immagini travolto ha il cor” nota Jone, mentre l’uomo va abbracciando or l’una, or l’altra delle schiave, quasi in frenesia d’amore), permettendo al sacerdote di trascinare la sconvolta Jone nella sua casa. Glauco tenta di liberare l’amata, ma è accusato di sacrilegio per aver violato la dimora di Arbace e condannato a essere sbranato dai leoni. Nidia, però, pentita del suo gesto, rivela al pretore le frodi di Arbace, salvando Glauco poco prima del supplizio. In quel momento il Vesuvio erutta e, mentre la città è in preda al panico, Jone e Glauco tentano la fuga assieme a Nidia, che però si rifiuta di seguirli, essendo innamorata di Glauco con la consapevolezza che l’uomo non sarà mai suo. Jone e Glauco scappano via mare, mentre Nidia, decidendo di morire, si mescola alla folla impazzita per l’eruzione. Nel romanzo The Last Days of Pompeii di Bulwer-Lytton i due protagonisti, prima di fuggire, si convertono al cristianesimo, parte invece assente nel libretto dell’opera.
Di quest’opera, rappresentata per la prima volta il 26 gennaio 1858 alla Scala di Milano, è rimasta famosa la marcia funebre del IV atto, che accompagna Glauco al supplizio, poi interrotto dall’eruzione del vulcano. A tale proposito, appassionate sono le parole che Glauco rivolge a Jone: “O Jone di quest’anima desio supremo e santo, non è il morir, ma il perderti che m’addolora or tanto. Ah! di me priva, o misera, qual più ti resta aita? Lunga agonia di spasimi per te sarà la vita…Ma no! Conforto siati la mia memoria, o cara: d’amor eterna un’ara per noi l’Eliso avrà”.
Il melodramma ottenne fin dal suo debutto notevole successo: ventuno repliche alla Scala, la messa in scena nello stesso 1858 al Regio Teatro S. Carlo di Napoli, la rappresentazione nei decenni successivi nei più noti teatri italiani, e numerose tournées all’estero, sia in Europa, sia in Turchia, in Egitto, in America e perfino in India e in Australia.
L’opera fu poi abbandonata per lungo tempo. Venne riesumata nientemeno al Teatro Municipale di Caracas il 30 gennaio 1891, allestita come evento speciale in occasione del centenario della fondazione dell’edificio, venendo poi registrata e distribuita in Italia dalla Bongiovanni, anche se attualmente mi risulta essere fuori catalogo presso la casa bolognese.
La marcia funebre è una delle pagine più riuscite dell’opera e presenta un momento di bella ispirazione musicale così sintetizzato da Carlo Santulli in un approfondimento sulla musica di Errico Petrella pubblicato sulla rivista “Progetto Babele”: è una musica adattissima ad una banda, mesta ovviamente. Rende molto l’idea di un dolore immenso, ma di una speranza altrettanto invincibile, come dovrebbe essere la fine di un credente; e tende quasi inconsapevolmente ad una levità, ma una levità ancora molto “terrena”, da palco della banda, non certo da Crepuscolo degli Dei”.


Pastello del pittore Drisaldi dipinto nel 1869 in occasione della prima esecuzione al Teatro della Società di Lecco dell'opera "I Promessi Sposi" del Maestro Petrella. Il quadro è collocato nei Musei Civici di Lecco. 
Descrizione: Seduto in primo piano su una poltrona dal dorsale rosato è il Maestro Petrella che tiene fra le mani uno spartito. Alle sue spalle a sinistra è il Ghislanzoni librettista che ha nella sinistra il libretto dell'opera con copertina verde. A destra, su un tavolo coperto da panno verde il busto bianco del Manzoni accanto a due volumi del romanzo rilegati in giallo. Lo sfondo è grigio chiaro. Le altre tinte grigie e nere. Cornice in legno.

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratte dal web.

domenica 6 settembre 2015

Dante nel 750° anniversario della nascita

A cura del prof. Cosmo Tridente.


Un «profeta di speranza, annunciatore della possibilità del riscatto, della liberazione, del cambiamento profondo di ogni uomo e donna, di tutta l’umanità».
E’quanto papa France­sco ha scritto di Dante Alighieri (1265 - 1321), il 4 maggio u.s., giorno in cui in Italia si sono celebrati so­lennemente i 750 anni dalla nascita del sommo poeta. Nel messaggio inviato al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Papa Francesco ricor­da l'ammirazione nutrita nei secoli dai Pontefici nei riguar­di dell'Alighieri, «artista di al­tissimo valore universale, che ha ancora tanto da dire e da donare, attraverso le sue opere immortali, a quanti sono desi­derosi di percorrere la via della vera conoscenza, dell'autenti­ca scoperta di sé, del mondo, del senso profondo e trascen­dente dell'esistenza».
Alla vigilia del Giubileo Straordinario della Misericor­dia, che si aprirà l'8 dicembre prossimo, a cinquant’anni dal­la conclusione del Concilio Vaticano II, il Papa auspica vivamente che «le celebra­zioni del 750° anniversario della nascita di Dante, come quelle in preparazione al VII centenario della sua morte nel 2021, possano far sì che la figura dell'Alighieri e la sua opera siano nuovamente com­prese e valorizzate, anche per accompagnarci nel nostro per­corso personale e comunita­rio. La Commedia può essere letta, infatti, come un grande itinerario, anzi come un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia comunitario, ec­clesiale, sociale e storico. Essa rappresenta il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l'umanità è chiamata a lascia­re quella che Dante definisce «l'aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XX, 151) per giungere a una nuova condizione, segnata dall'armonia, dalla pace, dalla felicità. È questo l'orizzonte di ogni autentico umanesimo».
In definitiva, conclude papa Francesco, «onorando Dante Alighieri noi potremo arric­chirci della sua esperienza per attraversare le tante selve oscure ancora disse­minate nella nostra terra e compiere felice­mente il nostro pelle­grinaggio nella storia, per giungere alla méta sognata e desiderata da ogni uomo: "L'a­mor che move il sole e l'altre stelle"» (Par. XXXIII, 145).
Nel mosaico dell'ab­side del Santuario Madonna dell’Olmo di Thiene (Vicenza), retto dai Frati Minori Cappuccini, l'artista Angelo Gatto ha voluto inserire anche la figura di Dante Ali­ghieri che nel XXXIII canto del Paradiso della sua Divina Commedia fa dire a San Bernardo di Chiaravalle (1109-1153)  la bellissima e insuperabile preghiera alla Vergine Maria.
 

San Bernardo è l'ultimo compagno di viaggio (dal XXXI al XIII canto del Paradiso) che vie­ne affidato a Dante nel suo lungo itinerario esistenziale descritto nella Commedia; egli lo conduce di giro in giro ver­so le più alte sfere del Paradiso.
Il mosaico sottolinea con efficacia questo momento, po­nendo Dante non rivolto a chi guarda, come tutti gli altri per­sonaggi raffigurati, ma come a colloquio con la figura seguen­te che è appunto san Bernardo. È Bernardo che mostra a Dan­te di grado in grado le schiere dei beati e prima di introdurlo alla Vergine Maria, lui stesso la prega con le immortali sette terzine della preghiera a lei de­dicata e che riporto qui di seguito:

Canto XXXI II del Paradiso (1-21)

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che '1 suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se'a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra' mortali,
se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disianza vuol volar sanz'ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
 in te magnificenza, in te s'aduna
 quantunque in creatura è di bontate».


La Madonna è qui presentata in tutta la sua umanità di madre, mamma di Gesù, ma anche nostra. In quanto tale, Maria non può non soccorrere tutti i suoi figli, non solo quelli che chiedono la sua intercessione, ma anche quelli che, orgogliosi o non riconoscenti o ancora convinti che nessuno possa aiutarli, a Lei non ricorrono.

*Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto tratte dal web.

venerdì 17 luglio 2015

I Genitori della Madonna secondo la "Legenda Aurea"

A cura del prof. Cosmo Tridente. 

Il 26 luglio la Chiesa cattolica commemora la figura di Sant’Anna e di suo marito San Gioacchino. 


Nonostante che dei due personaggi non ci siano documenti provenienti dalla Sacra scrittura e da testi ufficiali e canonici, il culto di Sant’Anna è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. 
Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi, nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio. 
Notizie dettagliate sono invece fornite dall'apocrifo Protovangelo di San Giacomo, risalente al sec. II e dalla Legenda Aurea. 
La Legenda Aurea (spesso italianizzato in Leggenda Aurea) è una collezione di vite di santi scritta in latino dal domenicano Jacopo da Varazze (Giacomo da Varazze), arcivescovo di Genova. Fu compilata a partire dagli anni sessanta del XIII secolo e l'autore continuò a lavorarci fino alla sua morte, avvenuta nel 1298.
Secondo tale Leggenda, Anna era figlia di Achar e sorella di Esmeria, madre di Santa Elisabetta e nonna del Battista. Prima delle sue nozze con Gioacchino, Anna era stata sposata due volte: dalla sua prima unione era nata Maria, moglie di Cleofa e madre di Giacomo il Minore; dalla seconda Salomè, moglie di Zebedeo e madre degli apostoli Giacomo il Maggiore e Giovanni. Il suo matrimonio con Gioacchino, uomo virtuoso e molto ricco della tribù di Giuda e della stirpe di Davide, non produsse prole, anche dopo venti anni, a causa della sterilità del marito. 


Un giorno Gioacchino si recò al Tempio per fare, secondo la legge di Mosé, la sua solita offerta al Signore, ma il gran sacerdote Ruben gli disse: "Tu non sei degno di offrire i tuoi doni perché non hai dato ancora al Signore il frutto della primogenitura d'Israele". Pieno di confusione, Gioacchino non ebbe il coraggio di ritornare a casa. Per non amareggiare la sua consorte si ritirò in una sua proprietà montana dove per quaranta giorni e quaranta notti si diede all'orazione e al digiuno. Dal canto suo Anna, avuto conoscenza di quanto era avvenuto, mortificata e avvilita, pregava nella sua casa il Signore affinché concedesse anche a lei un figlio, come lo aveva concesso alla vecchia e sterile Sara. 


La loro preghiera fu esaudita. Un giorno, mentre Anna stava effondendo le sue lacrime davanti al Signore, fu visitata da un angelo, che le promise il concepimento di un figlio. Lo stesso lieto annunzio fu dato a Gioacchino il quale si affrettò a ritornare a Gerusalemme con il suo gregge. I due si incontrarono alla porta aurea di Gerusalemme: gli autori medievali vedono nel loro casto bacio il momento dell'Immacolata concezione di Maria. Secondo il costume ebraico, in ringraziamento a Dio, Gioacchino offrì dieci agnelli, dodici vitelli e cento capri puri e senza macchia. Nove mesi più tardi nacque loro una figlia, alla quale posero il nome Maria. Secondo la tradizione Anna e Gioacchino, con Maria bambina, abitavano a Gerusalemme nei pressi dell'attuale Porta dei Leoni, nella parte nord orientale della città vecchia, laddove ci sono i resti della piscina di Bethesda. Oggi nel luogo dove avrebbero abitato e dove sarebbe cresciuta Maria sorge una chiesa costruita dai crociati nel XII secolo, dedicata a sant'Anna e custodita dai Padri Bianchi.


La tradizione vuole che le reliquie della Santa furono salvate dall'essere distrutte dal centurione Longino (soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Gesù crocifisso per accertare che fosse morto). I resti furono poi custoditi in Terra Santa finché ad opera di alcuni monaci non giunsero in Francia dove rimasero per anni. Durante le famose incursioni ottomane, l'intero corpo fu chiuso in una bara di cipresso e murato, per precauzione, in una cappella scavata sotto la nascente cattedrale di Apt. Molti anni dopo avvenne il ritrovamento, preceduto e seguito, secondo i racconti, da diversi miracoli che portarono all'identificazione del corpo, grazie soprattutto ad una scritta in greco. In seguito ne avvenne la smembratura e divisione fra i vari nobili ed il clero. Tra i presunti miracoli si ricorda il "lumino", rimasto acceso accanto alla bara di cipresso per anni nonostante l'assenza di aria. 



Sant’Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare.

 
* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto a cura del dott. Francesco Stanzione, tratte dal sito
Chiesa SS. Trinità o di S. Anna - Molfetta.

giovedì 14 maggio 2015

Antiche preghiere recitate in tre momenti della giornata

A cura del prof. Cosmo Tridente.

Tra gli inediti di Saverio La Sorsa (personaggio illustre di Molfetta, definito dall’Accademico Petazzoni il Pitrè di Puglia, nato il 23 ottobre 1877 in via Torre del Pane n. 28 e morto il 6 gennaio 1970, dopo aver pubblicato circa 200 opere tra grandi e piccole) ho rinvenuto tre preghiere che il popolo molfettese rivolgeva al Creatore, a Maria ed ai Santi nello svegliarsi la mattina, durante la giornata e nell’andare a letto la sera. 
Sono ore in cui l’uomo non distratto da pensieri terreni, dimentico delle cure e degli affanni, si sente più vicino a Dio, ama rivolgere la mente e il cuore a chi gli largisce grazie e favori per esprimergli la sua gratitudine e invocare la sua protezione.
Queste preci, poco pregevoli per bellezza letteraria, sono vive manifestazioni dell’ingenua fede della nostra gente e attestano sincera devozione e bontà di cuore. 
Mentre la preghiera del mattino era recitata dopo un riposo che avesse fugato dubbi e paure, quella recitata la sera era accompagnata dal timore della morte perché, come ha scritto Ugo Foscolo nella poesia “Alla sera”, la sera è vista come immagine della morte, la «fatal quiete», cioè una dimensione cosmica atemporale, ma anche la pace dell'anima. 
Sicché il devoto prima di addormentarsi sentiva il bisogno di riepilogare tutto quello che avesse fatto durante la giornata, passando in rassegna quanto avesse visto, avesse detto, avesse udito. Per riconciliarsi coll’Eterno e avere il suo perdono, chiedeva la divina protezione e invocava il soccorso dei Santi, della Vergine, delle anime dei propri defunti i quali, secondo la fede cattolica, vigilano sulle vicende della nostra esistenza e ascoltano le nostre preghiere. 
Consideriamo che dobbiamo essere sempre pronti alla morte, giacché essa ci può cogliere dovunque da un momento all’altro: Ci rendiamo facilmente conto che, anche ai nostri giorni, nonostante i progressi della scienza, i casi di morte improvvisa sono abbastanza frequenti o per accidenti vari che stroncano l’esistenza o per disgrazie. La preparazione alla morte non va dunque rimandata alla vecchiaia, cui potremmo non arrivare, ma fatta continuamente con la perseveranza nella preghiera a Dio e alla SS.Vergine.
Riporto le tre preghiere ricordando ai lettori che la “e” non accentata non va letta: 

Allo svegliarsi
Mò me mètte la chémmìse, 
lodìmme Die e la Médonne; 
Gesù Criste è u-attène mie, 
la Médonne è lé mémmé mie; 
Sén Gevénne m'è chembàre, 
l'éngele stonne ncombagnie; 
pe salvà l'énemé 
mie assistèteme ogné ore 
contr-a u demòneie tradetòre. 

Tradotto: Ora mi metto la camicia, lodiamo Dio e la Madonna; Gesù Cristo è il Padre mio, la Madonna è la mamma mia; San Giovanni m’è compare, gli angeli stanno in compagnia; per salvare l’anima mia assistetemi ogni ora contro il demonio traditore. 

Durante la giornata 
Patre nostre grénne grénne, 
Gesù è mmùerte a tréndatrè énne.
Tréndatrè énne so' passate
e-alla croscè fo inchjovate, 
fo-inchjovate ingiustéménde, 
Mérie chjéméive tutte la ggènde. 
Ndrin, ndrin u cambanélle 
èssene tutte lé vergenélle, 
pe vedè nostre Segnoere 
ca pertàve la croscè ngudde. 
Métaléna scapigliate, 
nnanz-a Ddì s'è ngenecchjàte, 
dìsse le raziòene 
p-avè ogne preddòene.
Ci la disce tre volte 
lé notte, nén mòere de mélé mòrte. 
Ci la disce tre volte la die, 
ogné gràzeie ave da Die. 

Tradotto: Padre nostro grande grande, Gesù è morto a treantatrè anni. Trentatrè anni sono passati e alla croce fu inchiodato, fu inchiodato ingiustamente, Maria chiamava tutta la gente. Ndrin, ndrin il campanello escono tutte le verginelle, per vedere nostro Signore che portava la croce addosso. Maddalena scapigliata, davanti a Dio s’è inginocchiata, disse le orazioni per avere ogni perdono. Chi la dice tre volte la notte, non muore di mala morte. Chi la dice tre volte al giorno ogni grazia ha da Dio. 

Prima di coricarsi 
 Bona sére a te, Médonne, 
prim-a tté che a n'alta dònne; 
bona sére, Matra Mérie,
ca sì la mémmé mie. 
L'òere de sci o llìtte av’arrevàte,
a la Médonne me so raccheménnéte, 
sacce la chelcuàte, 
ma nén sacce l'alzàte. 
Sénda Mérie, matre de Ddie, 
tu me libbere d'ogne nganne 
da pericle e da malanne. 
Segnòere, me so chelcuàte, 
l'énemé mie te sia raccheménnéte, 
da quatt’éngele acchembégnéte, 
ue da pìete e due da cape. 
Allendénete, spirte triste, 
ca me guarde Gesù Criste. 
Stònne che mméche tutte le Sénde, 
u Patre, u Figghje e-u Spirte Sénde. 

Tradotto: Buona sera a te, Madonna, prima a te che a un’altra donna; buona sera, Madre Maria, che sei la mamma mia. L’ora di andare a letto è arrivata, alla Madonna mi sono raccomandata, so l’andata a letto, ma non so l’alzata. Santa Maria, madre di Dio, tu mi liberi da ogni inganno da pericoli e da malanni. Signore, mi sono coricato, l’anima mia ti sia raccomandata, da quattro angeli accompagnata, due a piedi e due a capo (del letto). Allontanati, spirito tristo, perché mi guarda Gesù Cristo. Stanno con me tutti i Santi, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. 

Come il lettore ha potuto intuire, sono preghiere prodotte dal popolo, da me opportunamente riviste nella scrittura dialettale, in cui si nota sincera devozione, profonda fede, anche se poca compostezza poetica, ma tanto importanti e utili a caratterizzare la sua indole e la sua psicologia. 

* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente. 
* Foto tratta dal web (Copertina del volume "fiabe e novelle del popolo pugliese") di Saverio La Sorsa.

domenica 22 marzo 2015

Un compositore ruvese di marce funebri: Antonio Amenduni

A cura del prof. Cosmo Tridente.

La maggior parte dei cittadini ruvesi ricordano il maestro Antonio Amenduni per le sue meravigliose e commoventi marce funebri, alcune delle quali nate sull’onda di emozioni dolorose, riguardanti momenti particolari della sua vita.



Antonio nacque a Ruvo di Puglia il 5 maggio del 1896. Si diplomò al conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli in pianoforte, composizione e strumentazione per banda, e canto corale. Tenne la direzione della banda ruvese fino al 1932 e quella della scuola Comunale di musica fino al 1947 quando rassegnò le dimissioni e l’anno successivo subentrò il fratello Alessandro Amenduni. Docente di musica presso l’Istituto Magistrale di Foggia e di Terlizzi, morì a Ruvo il 24 agosto del 1988 all’età di 92 anni.
La prima delle sue composizioni funebri, quella marcata come la n.1 ha per titolo Quante Lacrime, dedicata a suo zio Berardino. Alla morte del padre dedicò quella  che porta per titolo Triste Ricordo e sul frontespizio del manoscritto leggiamo: “alla memoria del mio caro babbo 1923”. Al 1927 (precisamente al 24 marzo) risale Dolore  Eterno. Porta la data del 15 agosto 1949 quella dedicata alla mamma il Pianto dell’Orfano, marcia tra le più belle e complicate in questo suo genere, come spesso hanno ammesso alcuni maestri di banda moderni.
Ricordiamo ancora una marcia dal titolo Tristezza. Discorso a parte merita la marcia funebre Planctus Mariae.



Questa composizione nasce nel marzo del 1973 come colonna sonora, o commento musicale, alla sacra rappresentazione della passione e morte di Cristo che ogni anno si rappresentava nella cittadina pugliese in Piazza Castello. La storia ci permette di seguire passo passo il nascere di questa opera, da quando il maestro registrò i primi brani, in tutte le sue varianti, sull’organo della chiesa del Redentore. Varianti che a volte contemplavano l’inserimento del flauto suonato dal maestro Giacomo Brucoli. Nel maggio dello stesso anno troviamo questi brani in forma di marcia funebre per pianoforte, mentre al 19 luglio 1973 risulta la trascrizione per banda. Una marcia, questa, che risulta “la più complessa da eseguire perché il tema è presentato la prima volta nel registro acuto (per clarinetti) e una seconda volta nel registro grave, ma con l’aggiunta di un altro tema in contrappunto”.
Nell’ultimo periodo della sua vita, il maestro ha prestato particolare attenzione alla riscoperta della musica popolare. “Ci sono individui che operano in mezzo al popolo, che vivono con le braccia, privi di una istruzione letteraria, ma sensibilissimi a percepire nel loro animo sensazioni che facilmente e felicemente traducono in canto. Un canto, musica e parole, che il più delle volte nasce senza forma artistica: suoni privi di un’altezza determinata per poterli fissare sul pentagramma, parole messe a caso senza alcun rispetto della metrica. Eppure quel canto ha il potere di suscitare nell’animo dell’ascoltatore un senso di gioia, di commozione, di diletto”. Chi scrive questo è il maestro Amenduni. E più oltre: “Questo passato di vita e di arte del nostro popolo è doveroso fissarlo nel ricordo, perché nel ricordo si rinnovella”.
E per finire vorrei riportare un pensiero del maestro, rivolto ai giovani nell’aprile del 1970: “A voi il nobile compito, giovani di oggi, di far conoscere ai giovani di domani le usanze e gli avvenimenti di cui oggi voi siete solleciti protagonisti; fatelo alla maniera con cui il padre racconta ai propri figli i giorni più belli della sua giovinezza, così la storia del nostro paese, tramandata da una generazione all’altra, rimarrà sempre viva e sarà sempre più amata” (da Il Rubastino della Pro Loco di Ruvo di Puglia).

* Testo e foto a cura del prof. Cosmo Tridente.