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mercoledì 11 novembre 2009

San Pietro, il battistrada nella processione del Sabato Santo

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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«Nei sotterranei della Basilica Vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede. La conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo si: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata». Così Papa Pio XII diede l’annuncio, a conclusione del Giubileo del 1950, del riconoscimento della sepoltura di Pietro, peraltro attestata da una tradizione antichissima e unanime.
Chi era quest’uomo?Era un pescatore di nome Simone, poi detto Pietro, che viveva a Betsaida ed esercitava il suo mestiere nel lago di Genezaret, chiamato anche Mare di Galilea.
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Sposato e forse vedovo perché nei Vangeli canonici (Matteo 8, 14-15; Marco 1, 29-31; Luca 4, 38-39) è citata solo la suocera, mentre nei Vangeli apocrifi è riportato che aveva una figlia, la leggendaria santa Petronilla.
Spiegare come si sia creato questo rapporto tra San Pietro e Santa Petronilla è una storia assai interessante ma viziata da un singolare errore di interpretazione. Cominciamo col dire che Santa Petronilla era ed è una martire romana, nata a Roma, di famiglia romana, quella dei Flavi, futura progenie di Imperatori. Ella era esattamente la figlia di Tito Flavio Petronio, e la sua appartenenza a questa famiglia romana è testimoniata in modo inconfutabile dal fatto che venne sepolta nel cimitero familiare, quello ancora chiamato di Flavia Domitilla. Insistiamo sulla romanità e sulla genealogia di Santa Petronilla, per smentire, se ce ne fosse ancora bisogno, la secolare tradizione che fa di questa Martire la figlia carnale,
primogenita, dello stesso San Pietro.
Che San Pietro, pescatore di pesci prima di diventare pescatore di uomini, possa aver avuto figli, è una supposizione possibile, dato che il Vangelo ricorda la sua suocera, come sopra detto, e conferma quindi che l'Apostolo aveva moglie. Ma chi fossero questi figli, se pure vi furono, resta ben altra e irresolubile questione. Com'è dunque che all'apostolo venne attri­buita la paternità della discendente dei romani Flavi? Lo si spiega con il fatto che Petronilla, vissuta nel primo secolo cristiano, fu con molta probabilità una convertita da San Pietro, e perciò molti antichi documenti la indicano come « figlia di Pietro », intendendo evidentemente una paternità spirituale.
Nel far Petronilla figlia di Pietro (Petrus) giocò evidentemente anche il nome, perché il primo fu ritenuto derivato dal secondo come diminutivo. Invece, secondo le regole del latino, Petronilla è semplicemente il diminutivo di Petronius; come Drusilla è il diminutivo di Drusus; Domitilla lo è di Domitius.
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Il mare di Galilea oggi
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Ma torniamo all’apostolo Pietro. Egli fu tra i primi apostoli alla sequela del Redentore. Così cita il vangelo di Marco (1,16-18): “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono”. D’allora in poi Pietro non lasciò più il Maestro. Lo seguì in tutte le sue peregrinazioni, in tutte le tappe dei suoi viaggi, ascoltò le sue predicazioni alle folle, assistette ai miracoli che costellarono l’annuncio della “buona novella” durante gli anni della vita pubblica di Gesù.
Personalità complessa, d’immediata e istintiva determinatezza, Simon Pietro emerse nel gruppo dei dodici con eminente supremazia, fino a diventare il capo, la guida della Chiesa nascente, il primo della lunga serie di Papi che da oltre duemila anni reggono le sorti della religione cattolica. Assai noto è l’episodio di Cesarèa di Filippo. Situata a nord della Galilea, vicina alle sorgenti del Giordano, ai piedi del monte Ermon, si chiamava Panion ma Filippo, uno dei figli di Erode il grande, la ingrandì e la chiamò Cesarèa, in omaggio a Cesare, imperatore romano. In questa località Gesù si recò con i suoi discepoli, forse per cercarvi un po’ di silenzio e di quiete nella sua vita movimentata e spesso assediata dalle folle. E qui, a un certo punto, Gesù fa una specie di inchiesta tra i suoi discepoli su ciò che si pensava di lui: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Le risposte sono varie (Geremia, un profeta…), dopo di che Gesù pone la domanda impegnativa: “Voi chi dite che io sia?”. Per tutti risponde Pietro con una perfetta professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Gesù approva pienamente la risposta di Pietro e gli affida la missione di reggere la sua Chiesa con le parole che troviamo incise intorno alla cupola di San Pietro: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Caelorum” (Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e a te darò le chiavi del Regno dei Cieli) (Matteo 16,13-20).
Ma le circostanze che contribuirono in maniera determinante a definire la natura di Pietro, nelle sue caratteristiche morali, nonché la sua importanza nella storia della redenzione, furono quelle inerenti alla Passione e alla Morte di Gesù. Terminata la cena, durante la quale istituì la Santa Eucaristia, Gesù uscì con gli apostoli per andare al Monte degli Ulivi. Lungo la strada disse loro: “Questa notte voi tutti subirete scandalo a causa mia, poiché sta scritto: Percuoterò il Pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”. Con il fervore benevolo della sua indole, che però non tenne conto della debolezza dell’umana natura, Pietro insorse: “Quand’anche tutti restassero scandalizzati per causa tua, io non mi scandalizzerò mai!” Gesù gli disse: “In verità ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Pietro rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò!”.

Come in una sequenza di tragici eventi che si susseguono con nefasta ineluttabilità, scorrono le scene della cattura di Gesù, della masnàda guidata da Giuda Iscariota, il suo trasferimento nella dimora del sommo sacerdote Caifa, dove s’era radunato il Sinedrio al completo con gli Scribi e gli Anziani e infine la scena definita “il rinnegamento di Pietro” che connota il personaggio dell’apostolo con un segnale di riconoscimento universale..
Nella descrizione di questa scena, i quattro Vangeli sono pressochè uniformi. Pietro segue da lontano Gesù che, legato come un malfattore, viene condotto al palazzo del sommo sacerdote. Si ferma nell’atrio dell’edificio, allo scoperto, dove stazionano i servi e le guardie che, essendo la notte fredda, hanno acceso un fuoco per riscaldarsi. Una serva, visto Pietro che se ne stava accanto al fuoco a scaldarsi, gli si avvicina e gli dice: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo”. Ma egli nega dicendo: “Non so quel che tu dici”. Vistosi scoperto, si dirige al vestibolo per uscire, ma un’altra serva lo segnala alle guardie dicendo: “Costui era con Gesù, il Nazareno”. Pietro nega nuovamente: "Non conosco quest’uomo”. Presso la porta, altri interloquirono: “Certamente tu sei di quelli venuti con Gesù dalla Galilea; infatti, anche la tua parlata ti dà a riconoscere”. Pietro impreca e giura: “Io non conosco quell’uomo”. E il canto del gallo si alza alto, nella notte. Pietro ricorda le parole di Gesù: “…questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, piange amaramente.

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In questo atteggiamento di sgomento lo rappresenta la statua che raffigura San Pietro e che è la prima ad iniziare il corteo processionale del sabato santo. La vecchia statua di San Pietro, portata per la prima volta in processione nel 1842 dalla Confraternita del Carmine, era stata ricavata da una preesistente statua di S.Giuseppe, asportando Gesù Bambino dalle braccia e mutandone la positura, con la mano destra alla fronte, nel sovvenimento di aver rinnegato il Maestro, e la mano sinistra distesa sul gallo, quasi a imporgli di tacere. Vivaci i colori delle vesti: verde la tunica, giallo il mantello. La statua raffigurava un uomo anziano, mentre in realtà l’apostolo aveva un’età pari o di poco superiore a quella di Gesù, con la barba grigia e un’ampia calvizie. Era particolarmente cara ai Molfettesi per diversi motivi: innanzitutto per la presenza del gallo che con il suo muto chiccirichì era un divertimento per i bambini che, durante il percorso precessionale, gli facevano il verso, incitandolo a cantare. In secondo luogo per la calvizie del santo che veniva paragonata alla “tigna”, malattia parassitaria estremamente contagiosa che a quell’epoca, per l’arretratezza di igiene, colpiva molti bambini del centro storico, per cui sulla pelle arrossata delle loro testa erano vivibili chiazze di diradamento dei capelli. Per questa similitudine, il Principe degli apostoli era chiamato “il tignoso”, appellativo che non voleva essere offensivo, bensì di familiare confidenza, fino a considerare il santo il “protettore dei tignosi”. In terzo luogo, San Pietro era la prima statua che apriva la processione per cui la gente lo considerava come una specie di battistrada: efficiente, solerte e – per molti meriti – guardiano fidato di una sfilata di donne sole (La Veronica, Maria di Cleofa, Maria Salome, Maria Maddalena) in giro di notte per la città.
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Inoltre, quella mano alla fronte, in epoca di acceso nazionalismo, sembrava un saluto militare, un costante “signorsì” ad ordini superiori. Come pure nelle prolungate rientrate processionali alle dieci del mattino, con il sole già alto, pareva un gesto per farsi solecchio o strizzare l’occhio al traguardo finale, come a chiedersi: “Ma quando arriviamo?”.
Sotto il priorato di Sallustio Luigi fu commissionata al Cozzoli una nuova statua di San Pietro. L’opera fu terminata nel 1948, essendo priore De Robertis Giovanni (1° componente Panunzio Michele, 2° componente Sallustio Corrado). La nuova statua presenta caratteristiche iconografiche differenti rispetto alla vecchia statua: San Pietro non più calvo e meno anziano, con la mano non più portata alla fronte ma tra la guancia e l’orecchio sinistro per accentuare la sorpresa al momento del canto del gallo; la gamba destra è piegata con il piede posato su un gradino del pretorio del procuratore romano Pilato. Tutta la figura è particolarmente curata nei dettagli anatomici ed esprime tutta la drammaticità del momento. Si dice che per plasmare il petto del santo fu usata cartapesta ricavata da fogli dell’Osservatore Romano. Anche il gallo che si ammira accanto alla statua dell’apostolo, si dice che richiese uno studio attento su un esemplare allevato in contrada S. Martino.

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Orbene, quando il sabato santo del 1948 uscì per la prima volta in processione la nuova statua di San Pietro, il simulacro sconcertò e deluse la popolazione molfettese. Ci si chiedeva: “Ma questa statua rappresenta proprio San Pietro?”. “Quest’uomo sulla quarantina, dalla folta barba che cominciava a incanutire, dagli occhi spiritati, con una mano all’orecchio, quasi volesse tapparselo per non sentire il canto funesto del gallo, può essere che sia proprio San Pietro?”.
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Il risentimento della gente non si placò, tanto era forte l’attaccamento alla vecchia statua. Certe dichiarazioni popolari contro la nuova opera del Cozzoli ebbero il sarcasmo dissacratorio d’irruenti libelli: “Chi lo digerisce il nuovo San Pietro?”. “Pare uscito da trent’anni di galera!”. “Sembra Spiridione il greco!”. Costui, per chi non lo sapesse, era uno dei personaggi caratteristici che hanno animato la vita cittadina nel passato. Uomo basso e tarchiato, con una lunga barba incolta e con una gamba più corta dell’altra. Di professione faceva il facchino e non aveva una fissa dimora; normalmente dormiva in un casotto sul porto. Quando scendeva dalla stazione lungo Corso Umberto, i ragazzi, nel vederlo con una valigia sulla spalla, gridavano al suo indirizzo: “Spredeiòene, cé óere è?” (Spiridione, che ora è?) dando loro stessi la risposta: “…l’ùne é mézze!” (l’una e mezza), facendo riferimento alle sue gambe: una normale (l’una) e l’altra più corta (mezza).
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Poi, come succede, il trascorrere del tempo placò gli animi, fece impallidire nella memoria l’immagine del vecchio San Pietro. Del resto, migliorate le condizioni igieniche, di tignosi a Molfetta non ce n’erano più.
I portatori della statua appartengono alla Confraternita dell’Assunta e indossano: camice e cappuccio bianchi, mozzetta bianco-crema con fiorellini sparsi rosso-bruno e cingolo con fiocco color vino, al collo laccio del medesimo colore con piastra di metallo riproducente la Madonna Assunta in Cielo.
Nell’agosto del 2009 la suddetta Confraternita ha solennemente celebrato il bicentenario (1809-2009) della statua lignea della loro titolare, scolpita dallo scultore napoletano Francesco Verzella, con vari appuntamenti religioso-culturali e con uno speciale annullo filatelico.
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* Testo a cura del prof. Cosmo Tridente.
* Foto di Franco Stanzione.

martedì 10 novembre 2009

Omaggio a don Michele Carabellese

Questa mattina è terminato il lungo cammino terreno di Mons. don Michele Carabellese, decano dei sacerdoti di Molfetta ed indimenticabile Padre Spirituale dell' Arciconfraternita della Morte per tantissimi anni; aveva 99 anni.
Infatti Don Michele è stato Rettore della Chiesa del Purgatorio per ben due volte, dal 1° marzo 1938 al 19 gennaio 1946 e dal 1° ottobre 1961 al 20 ottobre 1974.
Quando nell' ormai lontano Venerdì di Passione del 1970 sono diventato confratello dell' Arciconfraternita della Morte, erano presenti alla mia "Vestizione" don Michele, come Padre Spirituale, e Saverio Minervini, altra "mitica" figura di Priore di altri tempi.
Don Michele aveva compiuto da pochissimi giorni il 75° anniversario del suo Ministero Sacerdotale, esattamente il 3 novembre appena trascorso e nella Chiesa del Sacro Cuore gli si erano stretti intorno i parenti, gli amici e tutti i sacerdoti della Diocesi per festeggiarlo dopo la celebrazione della Eucarestia.
Riporto qui sotto il link dell' intervista a lui rivolta in quella occasione gioiosa dalla Redazione de "Il Fatto".
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cliccare sull' immagine per vedere il video
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A pochissimi giorni dalla sua morte don Michele, attraverso questa intervista, ci ha lanciato una grande esortazione: "Essere gioiosi in Cristo".
Mai come oggi bisogna fare tesoro di queste semplici parole; in un mondo "terribile" come quello odierno l' unica vera felicità e l' unico conforto possono venire solo da Gesu Cristo ... mai lasciarsi andare allo sconforto anche nei momenti peggiori, se si è sicuri che c' è Lui.
E Lui c' è sicuramente.
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Voglio ricordare don Michele Carabellese attraverso alcune foto che gli ho scattato il 31 marzo del 2006, mentre celebrava la S. Messa nella Chiesa del Sacro Cuore, in una mattina del Settenario della Addolorata.
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Ero lì per fare un servizio fotografico sulla statua della Addolorata che fino al 1957 è andata in processione e fu poi "prestata" dall' Arciconfraternita della Morte alla Parrocchia del Sacro Cuore il 30 giugno 1962.
E' bello ricordare don Michele ritratto accanto a quella Immagine di Maria SS. Addolorata che, per tanti anni, ha accompagnato in processione per le vie di Molfetta, come Padre Spirituale dell' Arciconfraternita della Morte.
Don Michele, tutti i confratelli della Morte che Ti hanno conosciuto ti ricorderanno per sempre con tanto affetto, ma Tu, ora che sei vicino a Lei, la vera Maria SS. Addolorata, ricordale sempre di vegliare sulla Sua Arciconfraternita.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.
* Video tratto da http://www.ilfatto.net .

giovedì 5 novembre 2009

Inaugurazione mostra fotografica "Arciconfraternita della Morte dal sacco nero e culto dell' Addolorata" 1° novembre 2009

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cliccare sulla immagine per vedere il video
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Alle ore 18,30 di domenica 1° novembre è stata inaugurata, presso la Chiesa della Morte di Molfetta, la Mostra Fotografica a cura del fotografo tarantino Giuseppe Carucci dal titolo "Arciconfraternita della Morte dal sacco nero e culto dell' Addolorata".
Alla inaugurazione è stato presente un pubblico abbastanza numeroso, a testimonianza di quanto l' argomento "Settimana Santa" sia molto sentito dai molfettesi.
Contrariamente a quanto faccio di solito, non commento questo reportage fotografico, in quanto le immagini parlano da sole.
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* Testo di Franco Stanzione.
* Reportage fotografico a cura di Foto Umberto - Molfetta.

mercoledì 4 novembre 2009

Hermandad de la Puente del Cedròn y Maria Santìsima de la Paloma

Ho ricevuto questa mattina un graditissimo regalo proveniente dalla Spagna, una terra che amo molto ... esattamente da Malaga.
La cara amica Prof. ssa Marìa Encarnacìon Cabello Diaz mi ha fatto omaggio di alcune pubblicazioni riguardanti la "Semana Santa" di Malaga tra le quali una da lei appena realizzata sulla "Hermandad de la Puente del Cedròn y Maria Santìsima de la Paloma", che ha sede proprio in questa bellissima città che ha dato i natali a Pablo Picasso.
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In questo bellissimo libro, frutto di studi di tanti anni e di cui ero a conoscenza tramite il carissimo amico Beppino Tartaro, la Prof. ssa Cabello Diaz tratteggia, tra l' altro, le analogie fra Malaga e Trapani, per quanto riguarda l' avere in comune il gruppo processionale della Caduta al Cedron.

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Nuestro Padre Jesus de la Puente del Cedron

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La caduta al Cedron - Trapani
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Come atto di omaggio quindi all' amica Marìa Encarnacìon Cabello Diaz, mi è gradito pubblicare un piccolo reportage fotografico della mia visita a Malaga il 27 luglio 2007, proprio nella "Capilla de Marìa Santìsima de la Paloma", insieme a mio figlio Anatoli (mia moglie, intuendo che la mia escursione a Màlaga sarebbe stata solo monotematica, cioè con scopo "Semanasantero", preferì rimanere nel nostro residence di Marbella.
In questa Cappella sono custodite le sacre Immagini de "La Virgen de la Paloma" e di "Nuestro Padre Jesus de la Puente del Cedròn".
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Di questa visita ho un ricordo singolare, perchè un signore a cui chiesi alcune informazioni in spagnolo maccheronico, quando gli dissi di essere l' "Hermano Major de la Hermandad de la Muerte" di Molfetta, in Italia, si entusiasmò a tal punto che mi aprì una grande porta che era in chiesa e mi fece vedere il Trono processionale, usato durante il Mercoledì Santo, su cui mettono la Madonna.

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E' il caso di dire che "di fronte alla Morte si aprono tutte le porte".
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* Testo e foto di Franco Stanzione.
* Le foto del gruppo malagueno e trapanese sono tratte dal web.