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giovedì 21 maggio 2009

DAMIANO BINETTI, COMPOSITORE E DIRETTORE D' ORCHESTRA MOLFETTESE

Sono onoratissimo di ospitare su questo sito questa intervista al Maestro Damiano Binetti
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a cura del prof. Cosmo Tridente.
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“Gioventù bruciata” (“Rebel without a cause”) di Nicholas Ray, uscito nell’ottobre 1955, è un film che tratta temi scottanti come la crisi della famiglia tradizionale, l’affermarsi del modello della “banda” di giovani, il disagio esistenziale derivante dal benessere e dalla noia (come cantava in quegli anni Franco Califano), l’esigenza di espressione libera della propria identità. “Il più sciocco fra tutti gli errori – scrive Johann Wolfgang Goethe (“Massime e riflessioni”) – è quando i giovani, pur intelligenti, credono di perdere la loro originalità se riconoscono quelle verità che già da altri sono state riconosciute”.
I giovani di oggi, per fortuna, non sono tutti “bruciati”. Infatti, molti sono coloro che “credono agli intramontabili valori della vita”, come da detto Rita Levi-Montalcini (premio Nobel per la medicina), in ricorrenza del suo centesimo compleanno. Assai numerosi sono infatti i giovani che, temprati da studio, lavoro e sacrifici, spinti dal senso kantiano del dovere, tracciano vie luminose ed esemplari, dimostrando che essere giovani significa soprattutto impegnarsi seriamente in un progetto professionale, costruire qualcosa di valido per sè e per la società.
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Uno di questi giovani “riusciti” e lodevolmente affermati anche nella scena internazionale è il Maestro Damiano Binetti.
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Nato a Molfetta nel 1968, ha studiato canto con Anna Maria Balboni, composizione con Nicola Scardicchio e direzione d'orchestra con Piero Bellugi e Roberto Duarte presso il Conservatorio di Musica Piccinni di Bari.

Nel 1991 è arrivato dall’Italia a Praga per studiare direzione operistica presso l'Accademia di Musica con František Vajnar e con Radomil Eliška per il repertorio sacro e sinfonico. A Praga è stato anche accolto come membro effettivo del prestigioso gruppo dei madrigalisti di cui egli è stato nominato direttore dal 1995.

Nel 1994 ha partecipato a un corso di interpretazione della musica di JS Bach, sotto la guida di Helmuth Rilling.

Come primo direttore ospite dell’ Orchestra Mozart di Praga, ha eseguito un vasto repertorio di Mozart come il Requiem in re minore, Le Nozze di Figaro, Don Giovanni e la maggior parte del repertorio sinfonico di Mozart, nelle più prestigiose sale da concerto di Praga, a Smetana e a Obecni Dum.

Dal 1998 ha collaborato con l’orchestra da camera Suk, la filarmonica di Hradec Kralove, l’ orchestra Dvořák Symphony, l’orchestra sinfonica di Marienbad. In questo anno, ha lavorato su un ampio repertorio che comprende opere di Puccini, Sostakovic, Koželuh, Mica, Mussorgsky, Dvorak, Mahler, Mozart, Verdi, ecc.

Nel 2001 ha occupato il primo posto in classifica al festival-concorso di Ivan Lukacic a Varaždin (Croazia).

Nella stagione 2002 ha debuttato con successo al teatro dell’opera di Olmütz, dirigendo la Madama Butterfly di Puccini in versione balletto, e con un personale arrangiamento musicale.

Dal 2007 ha assunto la direzione artistica presso il Teatro dell’Opera di Opava (Moravia).

Si è esibito in tutta Europa, partecipando a molti dei più rinomati festival musicali come Tibor Varga a Sion (Svizzera), Festival di Wallonie in Belgio, Festival di Primavera a Praga, Landshut Musik Sommer, Settembre Musicale a Torino, GOG Festival a Genova, Festival di C. Monteverdi a Cremona, Pomeriggi Musicali a Milano, Estate Musicale a Catania. Ha diretto in Spagna presso il Teatro Monumentale di Madrid e il Teatro Victoria Eugenia a San Sebastiano. Egli ha inoltre diretto in Italia al Teatro Regio di Parma, Teatro Comunale di Modena, Teatro Lirico di Cagliari, Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, Auditorium RAI (Radio Televisione Italiana) di Milano e Torino e presso il prestigioso Teatro Piccolo di Milano. Come direttore d’opera ha diretto anche in Portogallo, Grecia, Germania, Francia, Austria, Polonia, Ungheria, Turchia, Slovenia e Croazia, Sud Corea.

Ha inciso 12 compact-disc, con diversi programmi, dalle opere liriche alla musica sinfonica e dal Barocco al Rinascimento. Ha eseguito e registrato in diverse radio e televisioni di tutta Europa, come alla radio e televisione ceca e slovacca. In Germania, alla Radio Bremen a Brema, MDR di Lipsia e Deutch Bayerisch Radio di Monaco di Baviera e Deutschland Radio in Zwinger a Dresda. In Belgio alla National Radio, alla Televisione nazionale croata e francese e in Italia a Radio France International e RAI - Radio Televisione Italiana.

E’, inoltre, autore di due bellissime marce funebri della tradizione molfettese: “Alba di Passione” e “In morte del Maestro Angelo Inglese”.
Nella prima marcia, composta nel 1988, l’autore in parola ha voluto imprimere un carattere melodico, evidente già dall’inciso introduttivo, con una espressione dolce e vigorosa insieme. Nella seconda marcia, composta nel 1991, ha voluto musicalmente ritrarre la figura del suo indimenticabile Maestro nei momenti più importanti della vita di costui.
In una mia recente intervista (aprile 2009), di seguito riportata, ho potuto meglio conoscere del Maestro Binetti la personalità artistica, forte ma nello stesso tempo semplice, e la semplicità, come ha scritto Francesco De Sanctis (Storia della Letteratura Italiana, Cap. XX, 1), “è la forma della vera grandezza” (“
opravdová velikost má podobu jednoduchosti”, in lingua ceca, familiare al Maestro).

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Maestro Binetti, cosa ti ha spinto a svolgere questa tua attività?

Il forte amore verso la musica. Non ho mai considerato la mia ''attività '' come un impegno di lavoro, anche perché sarebbe impossibile quantificare il tempo che dedico. E’ soprattutto una passione della quale sono innamorato dall' età di 7 anni, forse grazie anche alle forti radici culturali e musicali della nostra Terra.

Hai dovuto superare molte difficoltà per affermarti?

Nel nostro campo il concetto del ''realizzarsi professionalmente'' e' abbastanza relativo e soggettivo. La nostra professione ci spinge allo studio ed alla continua ricerca del ''bello'', dell' ''ideale'' che in musica si traduce in un abbandono completo all' arte. Ed è così che non ci sentiamo mai realizzati, io personalmente sono molto autocritico e forse questo è un grande difetto - non ascolto mai le mie registrazioni - non guardo mai i miei video subito dopo la realizzazione, bensì dopo mesi. Sentirmi realizzato sarebbe per me la fine.

Come giudichi il popolo ceco e quali pregi e difetti riscontri in loro?

Per capire a fondo il popolo ceco, consiglierei a tutti di leggere Kafka, Capek, Kundera e forse Havel. Tristezza, cupa allegria, grande senso dell' essere, ricerca dell' impossibile: questo è per me l' estratto del temperamento ceco. Consideriamo anche gli ultimi 400 anni di storia ... non c' è stato un momento, salvo la breve parentesi fra le due guerre mondiali, di vera e propria libertà. Dopo la dominazione asburgica è arrivato il nazismo seguito poi dal dominio russo terminato nel 1989. Professionalmente i cechi mi hanno insegnato tante cose, io ho studiato all' Accademia di musica di Praga, sono entrato nel 1992 - gli esami di ammissione allora erano veramente duri, ho dovuto imparare bene la lingua ceca in 2 anni, pena l' allontanamento dall' Accademia, un vero e proprio sistema militare. In quegli anni ho imparato ad applicarmi seriamente, con il fine di imparare bene la direzione d' orchestra. La fortuna ha voluto che ci fossero ancora i professori della vecchia guardia con i quali sin dal primo anno ho alternato alla teoria soprattutto la pratica, dirigendo i miei colleghi che terminavano gli studi, facendo concerti a Praga ma soprattutto dirigendo in tutta Europa i Madrigalistidi Praga.

Prediligi la composizione o direzione d'orchestra?

Attualmente non scrivo più bensì dirigo. Per me è impossibile scrivere qualcosa ... viviamo in un marasma musicale, senza identità e guida. In musica la crisi esiste da sempre, forse dal dopoguerra.

A quale tecnica musicale ti ispiri nel tuo lavoro?

Non riesco a rifarmi a particolari tecniche. Nella direzione d'orchestra ci si basa certo sulla tecnica tradizionale, ma dipende poi dal tipo di repertorio che si studia. Con gli anni, cerco di personalizzare gli insegnamenti e rendermi un po’ tecnicamente ''autonomo''.

Quali ricordi e insegnamenti hai del Maestro Angelo Inglese?

Con il Maestro Inglese ho iniziato lo studio della musica, ed è stata la persona più importante nella scelta della mia vocazione.

Perchè le tue marce funebri "Alba di Passione" e "In morte del Maestro Angelo Inglese” attualmente non vengono eseguite nei concerti della Passione?

Non ho mai ricevuto particolari richieste, nemmeno dalle confraternite di Molfetta così come dai complessi musicali. Sarebbe per me un grande onore se ci fosse interesse, non essendo poi particolarmente difficili nell' esecuzione.

Hai nostalgia di Molfetta e delle sue tradizioni?

Si, tanta nostalgia. Quest' anno ho dovuto nuovamente rinunciare alle processioni di Pasqua, sperando di poter partecipare il prossimo anno.

Cosa ti piace di più dei molfettesi e cosa detesti in loro?

I molfettesi: sono persone simpatiche e intelligenti, forse spesso un po’ presuntuose. Vivendo all' estero da 17 anni, ho imparato a dimenticare i difetti dei molfettesi ma sopratutto a ricordare i loro pregi.

Per sensibilizzare i giovani alla musica cosa vorresti che facciano gli amministratori della nostra città?

Consiglierei di recuperare il terreno perduto negli ultimi 50 anni. Molfetta ha il dovere di offrire un servizio artistico stabile e di qualità. Le stagioni dell' ultimo momento, riciclate e basate su poche grandi personalità artistiche non apportano valore elasciano il tempo che trovano. Non dimentichiamo che Molfetta vanta la presenza di molti musicisti che non sto qui ad elencare - rieducando al Teatro ed alla musica la nostra città, sicuramente daremmo un grande impulso emotivo alla nostra regione. E' proprio nei momenti di crisi che dovremmo dedicarci più all' arte ed alla cultura, cercando nei teatri un posto dove rifugiarsi.

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La città di Molfetta non può non essere grata nei confronti di un suo “figlio”, esportatore coraggioso di buona fama ed elevata professionalità, imponendolo ai giovani di oggi, soprattutto ai frivoli e demotivati, come modello esistenziale serio e costruttivo e di ripagante gratificazione personale. Il Maestro Binetti continua a trascinare il pubblico delle platee ai più schietti, vibranti, calorosi e reiterati applausi. Torquato Tasso, nella “Gerusalemme Liberata”(XVII, 61), così scrive: “… in cima all’erto e faticoso colle / della virtù riposto è il nostro bene; / chi non gela e non suda e non s’estolle / dalle vie del piacer, là non perviene”. Cioè alle cose eccelse non si arriva se non con difficoltà e sacrifici.

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* Testo e foto del prof. Cosmo Tridente.

lunedì 18 maggio 2009

Un mestiere ambulante nel repertorio del Maestro Vincenzo Valente

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Fino agli anni ’50, le sedie che facevano parte dell’arredamento della casa di molte famiglie molfettesi erano di due tipi: quelle di lusso, dette “re sìegge de fenecchiétte” il cui fondo era coperto da fibre di bambù e “re sìegge de pagghie” il cui fondo era coperto da paglia. Le prime arredavano la camera da letto, le seconde erano normalmente in cucina. Quando l’impagliatura di queste ultime cominciava a deteriorarsi per il continuo utilizzo, fino a determinare spesso la rottura dei giunchi, non si usava buttarle via ma si facevano riparare da un artigiano ambulante, dietro corresponsione di un modesto compenso per la riparazione effettuata. Costui veniva chiamato “Conzasiegge”, voce composta da “conza” = acconciare, riparare, e “sìegge” = sedie.
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Il riparatore di sedie (conzasiegge)
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Il riparatore di sedie o impagliatore era un uomo che si guadagnava il pane applicando l’arte tramandata di padre in figlio. Girava per tutto il paese (attùrne la tèrre) a piedi, con la bisaccia a tracolla, piena di giunchi di diversi colori e con relativi attrezzi.
Quando era chiamato per la sistemazione del fondo sedia, gettava per terra il suo fardello di arnesi, sedeva su un giaciglio da lui improvvisato e subito cominciava a lavorare, con calma e in silenzio. Se era di buon umore, lavorava canticchiando vecchie canzoni come: “vecchio scarpone” di Gino Latilla; “la strada nel bosco “ di Narciso Parisi; “rose e gardenie” di Vittoria Mongardi; “viale d’autunno” di Carla Boni; “lungo il viale” di Natalino Otto; “mamme” di Giorgio Consolini; “o sole mio”di Claudio Villa, e altre.
Il lavoro di impagliatura richiedeva una buona conoscenza dell’arte: prendeva una treccia di paglia, l’avvolgeva su una estremità della traversa posteriore del telaio del sedile, riuniva i due capi torcendoli insieme, conduceva questo cordone sulla corrispondente traversa anteriore, poi lo riportava all’inizio della traversa posteriore. Un secondo cordone di paglia, fissato come il primo ma su un altro punto, seguiva lo stesso tragitto, fino ad arrivare al centro del sedile. A questo punto non gli rimaneva che intrecciare, tirare, annodare e tagliare.
Terminato il lavoro, chiamava la padrona di casa dicendo: “La patròene, la ségge é prònde!. (Padrona, la sedia è pronta!) E la padrona: quanto ti devo dare? “Pàgheme a piacèiere de segneràie!” (Pagami a piacere di vostra signoria!). Prendeva il modico compenso che conservava in un lògoro portafoglio, chiedeva un po’ d’acqua durante la calura estiva per dissetarsi, raccoglieva gli avanzi della sua roba e riprendeva il suo cammino gridando: “Oh conzasiegge!…Oh conzasiegge!…”, consapevole che il suo mestiere era duro e non poteva mollare. “Labor omnia vincit improbus” (Una fatica tenace supera tutte le difficoltà), dice Virgilio (Georgiche, I, 144).
Era l’anno 1857, ricordato nella storia sismica per un terribile terremoto avvertito il 16 dicembre che devastò un’ampia parte della Basilicata e della Campania provocando oltre 11.000 morti e distruggendo più di 6.000 case. Il sisma, con epicentro Montemurro e con una intensità oggi stimata di magnitudo 6,9 della scala Richter (IX grado Mercalli), si scatenò con due intense scosse a distanza di pochi secondi l'una dall'altra, alle ore 22:15.
In quel periodo il Maestro Vincenzo Valente (1830-1908), padre della marcia funebre molfettese, come lo definì Francesco Peruzzi, aveva terminato di comporre una marcia intitolandola “Pianto antico”. Il titolo dato alla marcia richiama quello dell’omonima poesia scritta nel 1871 da Giosuè Carducci (“L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / da’ bei vermigli fior…”), in cui il poeta esprime il profondo dolore per il figlioletto Dante, morto per un accesso improvviso e inaspettato di febbre, all’età di tre anni. L’aggettivo “antico” del titolo sta a significare che lo strazio del poeta è lo stesso provato dagli uomini d’ogni tempo di fronte alla morte.
La marcia, però, non soddisfava in pieno le aspettative del Maestro Valente, il quale viveva con il dubbio di non aver saputo dare alla sua composizione un degno finale. Ad un tratto, udì nella strada (in quel tempo abitava in via Amente n. 26) il grido del riparatore di sedie. Il Maestro ne fu colpito e tradusse musicalmente quel richiamo aggiungendolo al “Pianto antico”, così la sua primitiva composizione funebre la chiamò “Conzasiegge”.
La marcia è la più antica tra quelle scritte dai compositori molfettesi. Si esegue all’uscita di Cristo Morto dalla chiesa di Santo Stefano, durante la processione del venerdì santo.
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Uscita di Cristo Morto: ore 4,00
(foto Tommaso Messina)
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Nel “Conzasiegge” sono riassunti tutti i caratteri delle opere del Maestro e cioè: estrema cantabilità, semplice struttura armonica e simpatica versatilità.
“U Conzasiegge” veniva suonato anche in particolari funerali. Infatti nei tempi passati, a Molfetta, quando la morte rapiva nel fiore degli anni un congiunto, i famigliari manifestavano il loro cordoglio spargendo lungo il percorso funebre fiori “plenis manibus”, alla cadenza struggente della marcia del Valente. Sicchè al dolore per la morte del congiunto si univa il pathos creato dall’ascolto della composizione. Questa lugubre parata funebre aveva la sua “ratio” nelle proverbiali parole di Plutarco (scrittore greco di Cheronèa): “la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto”.
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Spartito della marcia funebre "Conzasiegge"

(per gentile concessione del prof. Mauro Spagnoletti)
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.

venerdì 15 maggio 2009

E' scomparso un simbolo della Settimana Santa molfettese

Il 13 maggio è scomparso in Roma il dott. Mario Saverio Cozzoli, stroncato da quel male che personalmente preferisco non nominare perchè ha perseguitato e perseguita ancora membri della mia famiglia.
Il dott. Cozzoli (Saverio per gli amici più stretti, tra i quali mi onoro di esserci stato anche io), era confratello dell' Arciconfraternita di S. Stefano, della Morte e del SS. Sacramento alle cui attività, pur risiedendo a Roma, ha sempre partecipato con assiduità, senz' altro molto più di tanti iscritti che abitano a Molfetta e che si vedono, se pure, solo in occasione della Bussola.
Saverio Cozzoli era infatti un Confratello con la C maiuscola, non semplicemente uno dei tanti; infatti se è vero che l' adesione ai nostri Sodalizi conferisce a tutti gli stessi diritti (si pensa solo a questi ultimamente, molto meno ai doveri) è un dato di fatto che, quasi per selezione naturale, vi siano alla fine confratelli e semplici iscritti.
Mi pare ovvio che una confraternita progredisce grazie ai primi e non ai secondi.
Saverio, lo ripeto, era tra i primi; indimenticabili sono i suoi interventi alle assemblee, per chi come il sottoscritto è sempre stato presente in ogni aspetto della vita confraternale delle due Arciconfraternite.
Persona di elevata cultura politica, artistica ed umanistica, è stato da giovane vice presidente nazionale dell' Azione Cattolica Italiana.
E' stato da giovanissimo, addirittura sino all' età di settant' anni, portatore delle Sacre Immagini dell' Addolorata, di Cristo Morto e della Pietà.
Fino all' ultima Settimana Santa, trascorsa da poco più di un mese, ha voluto presenziare a tutte le processioni e celebrazioni, pur già compromesso dalla malattia.
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Consegna della targa per i 50 anni di appartenenza
all' Arciconfraternita della Morte nel novembre 2005
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Saverio, stando a Roma, manteneva i suoi contatti con Molfetta e con l' Arciconfraternita della Morte, per quello che riguarda il mio rapporto di amicizia con lui, attraverso lunghissime quanto piacevoli conversazioni telefoniche; io lo tenevo aggiornato su tutto e, devo dire, molte volte ho anche accettato i suoi consigli che mi sono serviti a meglio svolgere il mio ruolo di Priore.
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Sabato Santo 2007 in Cattedrale, poco prima dell' uscita
della processione della Pietà
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Avrebbe potuto degnamente ricoprire la carica di Priore di S. Stefano come della Morte, perchè per confratelli come lui la distanza da Molfetta non avrebbe potuto costituire un impedimento; Saverio era ogni giorno a Molfetta col cuore, in S. Stefano e nel Purgatorio.
A tal punto che due giorni prima di lasciare questo mondo ha voluto, attraverso le poche parole scambiate al telefono con me e con il Priore di S. Stefano, congedarsi per sempre dalle sue tanto amate Arciconfraternite.
Oggi pomeriggio si sono celebrati i suoi funerali nella Chiesa di S. Stefano, alla presenza degli amici più cari e con il visibile contorno di quei confratelli a lui più vicini nella condivisione di certi valori in cui Saverio ha creduto e nei quali anche noi crediamo.
Non mi sento di aggiungere altro, per ora; dico solo che dal 13 maggio 2009 S. Stefano e la Morte sono prive di un tassello importante della loro storia.
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* Testo di Franco Stanzione.
* Fotografie di Foto Umberto - Molfetta, provenienti dall' archivio personale del dott. Franco Stanzione.

giovedì 14 maggio 2009

Venerdì Santo a Valenzano (BA) - 2^ parte

Prosegue la divulgazione di quella che ritengo una delle processioni dei Misteri più interessanti fra quelle che si svolgono nell' hinterland barese; molto suggestivo è il rito conclusivo della processione, al termine della quale tutti i Gruppi statuari vengono riportati presso le rispettive dimore e la statua della Addolorata nella chiesa del Padreterno.
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La consegna del Crocifisso tra le braccia della Addolorata
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A cura di Riccardo Davide Grimaldi
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Terminata la processione dei Misteri, i gruppi statuari si dispongono nuovamente su Corso A. Moro.
Solo l'Addolorata prosegue e si inoltra nel Centro Storico, dove si "nasconde".
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Ha inizio, subito dopo, la predica del Parroco dal balcone della Canonica, drappeggiato di rosso (colore della Passione) e ricamato con una croce dorata, che ricorda la regalità di Cristo.
La Predica ogni anno tocca dei punti salienti delle vicende della Passione e Morte di Gesù. Il rito, a cui assistono numerosissimi valenzanesi e forestieri, è antichissimo e non si sa con precisione quando è stato introdotto.
La predica volge al termine quando il parroco ricorda le straordinare virtù di Maria, Addolorata e sconsolata, che ai piedi della Croce rappresenta il Mistero per eccellenza. E' lei il collante dell'umanità con Cristo. In lei si identificano i fedeli che con lei pregano ai piedi del Crocifisso.
Ed infatti terminata la predica, il Parroco invoca e chiama la Madonna, gridando le parole "Maria, vieni dai tuoi figli, o Mamma santissima!".
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In questo istante l'Addolorata riappare in tutta la sua tristezza, viene sullevata sulle braccia fino all' altezza del balcone ed il sacerdote consegna nelle braccia della Madonna il Crocifisso. Dopo una settimana densa di disperazione, la Desolata diventa Addolorata, trovando appunto il suo figlio in Croce.
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Ammirando la sua forza, il suo spirito di beata rassegnazione, il suo grido di dolore straziante, quando ricevette tra le braccia sante il corpo esanime del Figlio morto, il popolo riscopre la Fede, rinnovandola ed attualizzandola. Il Dolore diventa più sopportabile, meno mortificante; diventa di tutti, accomunandoci e facendoci sentire veri fratelli in Cristo.
Ed in lacrime il popolo osserva, prega e applaude, in un mix di triste rassegnazione e di beata umiltà. Sempre alla ricerca di una protezione, di un rifugio sotto il manto della Mamma, che abbraccia non solo suo figlio, ma tutta l'umanità.
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* Testo di Riccardo Davide Grimaldi - Valenzano.
* Foto di Michele Carlucci - Molfetta (2009).

mercoledì 13 maggio 2009

6 maggio 2009 - La Pietà di Molfetta in processione a Motta Montecorvino (FG)

Riporto in maniera molto asettica e senza commenti (li farà il lettore) la testimonianza di Damiano Crocifero, mio amico e confratello dell' Arciconfraternita della Morte, che ringrazio con tutto il cuore per aver dato il suo contributo a questo sito.
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Nel periodo di Quaresima, parlando con una amica di Motta Montecorvino (FG), che per lavoro si trovava a Molfetta, le spiegai sommariamente i riti che si svolgono da noi, dalla processione della Croce a quella del Sabato Santo, e di come i molfettesi sono legati a queste tradizioni.
Mi diceva che da loro non ci sono processioni simili, ma fanno la Via Crucis, mentre una festa che sentono molto è quella del Santo Patrono San Giovanni Battista, celebrata nei mesi di Maggio, Giugno e Agosto.
La festa del 6 Maggio è la più sentita.
In questa occasione si svolge una processione, con una sfilata di “scene sacre”, allestite da circoli giovanili, da alunni delle varie scuole, da devoti, da associazioni cattoliche e istituzioni. Una processione penitenziale fatta a piedi dal paese fino in cima alla Chiesetta di Monte Sambuco, sia all’andata che al ritorno, dove si celebra la S. Messa, per ricordare il miracolo della pioggia ottenuto nel 1901 per intercessione del Santo Protettore.
Bene, questa mia amica, due settimane fa, mi chiese se avessi del materiale da dove si poteva prendere spunto per realizzare il loro carro. Io le passai alcune immagini della Settimana Santa a Molfetta e dopo pochi giorni mi disse che avevano deciso di rappresentare la Pietà.
A questa notizia fui molto contento ma nello stesso tempo dubbioso perché temevo su come potevano stravolgere l’immagine della nostra Pietà.
Volevo proporle di partecipare all’allestimento della scena per dare alcuni suggerimenti sui particolari, ma il mio lavoro non me lo permetteva. Infatti, al suo invito di andare a vedere questa processione, le risposi che era improbabile.
Non so per quale combinazione, il 5 e 6 Maggio sono stato su un cantiere di Bonefro (CB) a circa 50 Km da Motta e mi sono organizzato in modo tale che sulla via del ritorno sono passato dal paese, curioso di vedere come avevano rappresentato la nostra Pietà.
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Mi sono sistemato su un punto della strada che conduce al monte, aspettando ansioso l’arrivo dei carri (quando c’è di mezzo la Pietà il cuore se ne va per i fatti suoi ... c’è niente da fare).
Sentito il rumore dei mezzi mi sono preparato con la fotocamera che uso sui cantieri (scadente sia la fotocamera che il fotografo), ed appena intravista la croce l’adrenalina è aumentata. Poi ho visto la scena e l’impatto è stato emozionante.
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La mente viaggiava per i fatti suoi, a Molfetta, nella Chiesa del Purgatorio. Per un attimo intorno a me non esisteva nessuno, tranne il carro con quella scena.
Ho accompagnato la processione fino alla Chiesetta, e durante il tragitto, a mente lucida, ho iniziato ad osservare le differenze tra la nostra Pietà e la scena che in quel momento avevo di fronte, tipo capelli e postura della Madonna, posizione della testa, le piaghe del Cristo ed altro.
Nel complesso, considerato che è stato realizzato in pochissimo tempo, il mio giudizio è positivo anche perché, quando guardavo la scena, a quella vista si sovrapponeva nella mente l’immagine della nostra Pietà, quindi doveva essere necessariamente positivo.
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Sono fiero di essere molfettese e confratello di una Confraternita che Venera Maria SS. Addolorata con due icone che a guardarle non puoi non innamorarti e penso che è quello che è successo a questi amici di Motta.
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* Testo e foto di Damiano Crocifero.

domenica 10 maggio 2009

IL TERREMOTO DELL’11 MAGGIO 1560 TRA SCIENZA E DEVOZIONE POPOLARE

A cura del Prof. Cosmo Tridente.

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L’11 maggio di ogni anno Molfetta celebra la festa della Madonna dei Martiri chiamata con l’appellativo di “Médonne du Tremelizze” (Madonna del terremoto), in ricordo e in ringraziamento per lo scampato pericolo della città nel terremoto dell’11 maggio 1560, avvertito in tutta l’Italia centro-meridionale.
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"Icona originale (1188) della Madonna dei Martiri"
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Secondo i dati da me rinvenuti presso l’Osservatorio di Geofisica e Fisica Cosmica dell’Università degli Studi di Bari, il sisma si verificò alle ore 4,40 di quel giorno (mercoledì), fu dell’8° grado della scala Mercalli, pari a magnitudo 6,4 della scala Richter ed ebbe il suo epicentro al largo della costa tra Bisceglie e Barletta, dove ci furono crolli e numerose vittime. In particolare, a Giovinazzo furono danneggiati alcuni vecchi edifici e fu lesionata una delle due torri campanarie (torre di sud-est) della Cattedrale. La scossa fu avvertita fortemente, ma senza danni, a Bari e Molfetta, dove raggiunse l’intensità del 5° grado della scala Mercalli, nonché a Napoli e parte della Campania. Il sisma fu avvertito principalmente nelle seguenti località:
Barletta .............................8° grado
Bisceglie .......................... 8° grado
Molfetta ............................5° grado
Giovinazzo ........................7° grado
Bari ...................................5° grado
S. Paolo Albanese (PZ) ...5° grado
Napoli ...............................3° grado
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"Mappa dei volumi focali per il periodo 1000-1992 (con magnitudo ≥ 3.5)"
Per gentile concessione dell' Istituto di Geofisica e
Fisica Cosmica dell' Università degli Studi di Bari
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La scossa, della durata di otto secondi, fu di tipo ondulatorio-sussultorio, con coordinate epicentrali per Molfetta di 41.12 (lat.) e 16.36 (long.). Ci fu una replica alle ore 9 dello stesso giorno, con intensità pari al 3° grado della scala Mercalli. Il 21 agosto di quell’anno ci fu pure un’eclisse totale di sole che risvegliò nei molfettesi paure e angosce non ancora assopite. Il manoscritto cinquecentesco di Seripando (Biblioteca Nazionale di Napoli) e la continuazione del “Compendio” di Collenuccio ricordano che il terremoto fu avvertito a Napoli e nella Terra di Lavoro (la Terra di Lavoro, in origine chiamata Liburia, è una regione storico-geografica d’Italia legata alla Campania, oggi risultante suddivisa tra le regioni politico-amministrative del Lazio e della Campania). Inoltre, i notai baresi Cardassi registrarono succintamente la scossa nelle loro memorie manoscritte (Biblioteca Nazionale di Bari). La scossa - raccontano i Cardassi - fu preceduta da un forte vento il cui sibilo fece destare i baresi i quali, presi dal panico e temendo si trattasse di una tromba d’aria, non osarono aprire le finestre delle proprie case per rendersi conto di quanto stesse accadendo.
Infatti poco dopo, quelle finestre cominciarono ad oscillare paurosamente e non furono poche - continuano i Cardassi - le persone che invocarono l’aiuto di San Nicola, loro Patrono (non a caso San Nicola è anche raffigurato nel dipinto dell’edicola commemorativa del terremoto, su via Bisceglie).
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Alle prime luci dell’alba, le strade di Bari erano coperte di pietruzze e sabbia marina.Ma perché Molfetta fu risparmiata da quella catastrofe? Com’è noto, l’intensità di un sisma generalmente diminuisce di grado man mano che ci si allontana dall’epicentro; la zona maggiormente colpita è detta “megasismica” o epicentrale. Ciò premesso, Molfetta, pur essendo molto vicina a quella zona, avvertì il terremoto con una intensità pari al 5° grado della scala Mercalli, mentre Giovinazzo, relativamente più lontana dall’epicentro, avvertì il movimento tellurico con una intensità pari al 7° grado. L’apparente paradosso, secondo quanto tramandatoci dai nostri avi, non può che avere una sola spiegazione: Molfetta sarebbe stata risparmiata da danni e vittime grazie alla protezione della Madonna dei Martiri.
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Non di questo avviso sono ovviamente gli esperti dell’Osservatorio di Geofisica da me interpellati per i quali il diverso grado di intensità di un terremoto può dipendere da una serie di fattori quali: le diverse caratteristiche geologico-strutturali lungo il percorso delle onde sismiche, gli effetti di dispersione e attenuazione che possono aversi lungo le direzioni di propagazione, nonché la difforme velocità di rottura, intesa come velocità di propagazione della frattura nell’interno della roccia. Reggeva allora la sede episcopale della città Mons. Nicolò Maiorani. Il prelato (nativo di Melpignano, fu nominato Vescovo da Papa Giulio III il 15 dicembre 1553 e rimase nella nostra sede episcopale per 13 anni) si mostrò padre amoroso verso i suoi figli angosciati, si portò in mezzo al popolo confortandolo ed esortandolo ad avere fiducia nella Vergine dei Martiri, Patrona Melphictensium, al cui Santuario si recò con tutto il popolo per chiedere grazia e protezione.
Una volta giunti al Santuario, possiamo immaginare quali siano state le suppliche alla Madonna, invocata a gran voce e con le lacrime agli occhi:
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Médonn’a Séndisseme de le Mértere aiutece ;
(Madonna Santissima dei Martiri aiutaci)
Médonne de le Mértere salvece do tremelizze;
(Madonna dei Martiri salvaci dal terremoto)
Médonne de le Mértere agghie chembasseiòne de néue ;
(Madonna dei Martiri abbi compassione di noi)
Médonne de le Mértere mittece sòtt’ò ménde tòie ;
(Madonna dei Martiri mettici sotto il tuo manto)
Médonne de le Mértere, sìende chèsse vàusce, fanne la gràzeie, ca te dimme re còese ca tenimme cchiù care;
(Madonna dei Martiri, senti queste voci, facci la grazia, che ti doniamo le cose più care che abbiamo).
Médonne de le Mérter’a Méri nèn scimme dadd’ò ci nén fè la gràzeie.
(Madonna dei Martiri Maria non ce ne andiamo di qui se non ci fai la grazia).
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Riconoscenti per lo scampato pericolo, ogni anno i molfettesi, insieme alle autorità civili, si recano processionalmente in Basilica per ringraziare la loro Patrona la quale non ha mai distolto il suo sguardo misericordioso dalla città. Ella è lì che guarda le nostre case, le nostre famiglie, le nostre angosce, i nostri problemi, le nostre difficoltà. E’ lì che asciuga le nostre lacrime e veglia come sentinella su ogni cuore che si dona a Lei. E questa presenza e vicinanza materna è per noi molfettesi motivo di fiducia, di abbandono, di serenità, di pace.
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* Testo e foto del prof. Cosmo Tridente.
* Le foto della edicola votiva sono state realizzate da Carlo Farinola.
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Chiaramente l' argomento appena esposto, ancora una volta in maniera magistrale dal prof. Cosmo Tridente, non rientra tra quelli trattati in questo sito, riguardanti esclusivamente la Settimana Santa in tutte le sue forme.
Ciò nonostante ho pubblicato ugualmente questo articolo, come manifestazione di stima e di amicizia nei suoi confronti, anche considerando che la Madonna Addolorata, nel Settenario a Lei dedicato, è invocata come "Regina dei Martiri Addolorata Maria".

mercoledì 6 maggio 2009

Venerdì Santo a Valenzano (BA) - 1^ parte

Ho già scritto in altra sede che il Venerdì Santo, nell' hinterland barese, si svolgono lunghissime processioni dei Misteri costituite da moltissimi gruppi, gelosamente custoditi in case private per tutto il resto dell' anno.
Il primato, come numero di Misteri costituenti la processione, lo detiene sicuramente una cittadina a pochi chilometri da Bari di nome Valenzano, con ben 47 gruppi statuari.
Le informazioni su questa singolare processione le apprendiamo direttamente da uno dei protagonisti di essa, il mio carissimo amico Riccardo Davide Grimaldi.
Mi occuperò ampiamente in seguito di questo interessante argomento "Semanasantero" ... per dirla alla spagnola ...
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La Processione dei Misteri di Valenzano
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A cura di Riccardo Davide Grimaldi
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La processione del Venerdì Santo è documentata a Valenzano fin dal 1671, all’epoca dell’Arcivescovo di Bari mons. Granafei.
Essa nacque per iniziativa dei Frati Francescani con la partecipazione del Capitolo di San Rocco. Non sappiamo quanti Misteri fossero presenti all’inizio, ma possiamo presumere che vi erano almeno i tre fondamentali: il Crocifisso, Il Cristo Morto, l’Addolorata, accompagnati da giovinetti vestiti da Angeli.
Nel secolo successivo la Processione di Penitenza si consolidò e già dal 1853 essa si svolgeva al mattino e comprendeva tutti I Misteri della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. In questo periodo, infatti, compaiono i primi Misteri di committenza privata, fatti costruire per devozione o per grazia ricevuta presso le più importanti botteghe leccesi di arte sacra di cartapesta dell’epoca come quella dei fratelli Bruno, di Pasquale Errico e dello scultore Pontificio Salvatore Sacquegna (tra i cartapestai che hanno realizzato i Misteri più recenti ricordiamo i fratelli Gallucci e Santino Merico).
A partire dal 1888, inoltre, la Processione si arricchì della partecipazione della Confraternita dell’Addolorata, appena fondata. Il numero dei Misteri, che nel 1947 toccava la ventisei unità, oggi tocca quota 47 e, tranne l’Addolorata e il Cristo Morto di proprietà ecclesiastica, essi appartengono a pie famiglie che ne curano la custodia, l’addobbo e i portatori, mantenendo viva ed in piena espansione una tradizione di oltre trecento anni.
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Intervistato a metà degli anni Settanta, il noto Maestro cartapestaio Salvatore Bruno, riteneva che la serie poteva ritenersi conclusa, poiché – secondo lui - erano stati ormai esauriti tutti i quadri, mentre qualche proprietario parlava di declino e di decremento della spinta religiosa. Ebbene, queste ipotesi sono state smentite se si considera che negli anni che vanno dal 1992 all’edizione del 2008 sono giunti sulla scena altri dieci nuovi gruppi statuari che hanno portato l’attuale Parroco a bloccare le richieste di devoti Valenzanesi a farne costruire altri.
Il proprietario del Mistero durante l’anno è solito mettere da parte il denaro per far sì che il giorno della Processione il suo Mistero sia addobbato al meglio, e c’è anche chi a proprie spese contratta una banda che lo accompagni durante il percorso.
La preparazione dei Misteri per la processione avviene a partire dalla settimana in cui si svolge la processione della Desolata: i proprietari escono i Misteri dagli armadi in cui sono conservati durante il resto dell’anno e con l’aiuto di qualche fidato portatore apportano piccoli ritocchi alla base, si controlla la condizione delle “sdanghe”, del panno e molti posizionano il Mistero vicino qualche grande finestra della casa così da consentire ai passanti di ammirarne la bellezza durante la Settimana Santa.
Per un proprietario e per tutta la sua famiglia vedere il proprio Mistero in processione è un’emozione unica che ti porta indietro nel tempo e che ti lascia ricordi unici e indelebili.
Impossibile non emozionarsi quando arriva la banda del Comitato con la storica marcia “Sabato Santo”a prendere Mistero per il raduno in corso A. Moro; tutto il vicinato si commuove e osserva in silenzio e a volte in lacrime la lenta “nazzicata” del Mistero.
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Entro le undici i gruppi statuari devono essere tutti posizionati sul corso per l’inizio della processione che storicamente faceva rientro alle quindici, ma il considerevole aumento del numero dei Misteri ha fatto slittare il tutto intorno alle diciassette.
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La nostra processione è aperta dalla Bassa Musica che intona tradizionali Nenie Funebri e da tre incappucciati che portano il Drappo Nero in segno di lutto.
All’interno di essa possiamo contare la presenza di una decina di complessi bandistici e delle confraternite di San Rocco e dell’Addolorata che precedono l’antica e venerata statua della Madonna.
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Ritornati a casa, i proprietari offrono ai loro portatori (rigorosamente in abito e cravatta nera) il pranzo come ringraziamento al loro sacrificio e come emulazione dell’Ultima Cena.
La Processione dei Misteri di Valenzano attira tantissima gente da tutta la provincia di Bari sia per la sua unicità in quanto al numero di Immagini sia perché è l’unica nella zona che si svolge di mattina.
Il mio mistero, “Gesù condannato a morire in Croce dai Sommi Sacerdoti”, è il diciottesimo della Processione ed è stato realizzato nel 2006 dal Maestro Santino Merico di Lecce.
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* Testo di Riccardo Davide Grimaldi - Valenzano.
* Foto di Michele Carlucci - Molfetta (2009).