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QUESTO SITO STA CON IL PAPA

Online da lunedì 29 ottobre 2007 - Visualizzazioni totali

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martedì 15 settembre 2009

15 settembre - Solennità liturgica di Maria SS. Addolorata

Nel giorno in cui la Liturgia è dedicata alla memoria dei Dolori di Maria SS. Addolorata, mi è gradito riportare la e-mail che mi ha inviato nuovamente la mia amica di Màlaga prof. ssa Marìa Encarnaciòn Cabello Dìaz, che ancora una volta testimonia quanto diffusa nel mondo sia la devozione alla B. V. Addolorata.


Da Màlaga, 15 settembre 2009 - "sorpresa!".
Carissimo Franco,
He visto tu sitio y para mí ha sido una gran sorpresa verme alli con los dos e-mail que te envié.
Lo importante es que sepamos conservar las tradiciones religiosas en Italia y en España.
Los tiempos actuales no son buenos para la religiosidad popular, pero hay que saber trasmitir nuestras creencias a la juventud para que no se pierdan.
Te escribo porque hoy es el día de los Dolores de la Virgen y tengo presente la imagen de la bellísima Dolorosa de Molfetta.
Te envío el link de la cofradía a la que pertenezco, que también celebra hoy su festividad. Se llama Archicofradía de los Dolores de San Juan, porque tiene su sede canónica en la parroquia de San Juan.
Su fundación es del siglo XVII, aunque en el siglo XIX desapareció para reorganizarse a finales del siglo XX, añadiéndole un Crucificado que es el Santísimo Cristo de la Redención,
www.doloresdesanjuan.es
Un fuerte abrazo,
Encarnita
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* Testo di Franco Stanzione.
* Foto tratte dal sito http://www.doloresdesanjuan.es .

venerdì 11 settembre 2009

Consensi da Màlaga (Spagna) sulle tradizioni della Arciconfraternita della Morte

Ho inviato qualche settimana or sono un esemplare del bellissimo DVD "Mater Lacrimosa", realizzato nel 2006 da "MNEME s.r.l." di Molfetta ad una amica di Màlaga, la prof. ssa Marìa Encarnaciòn Cabello Dìaz, conosciuta tramite il mio carissimo amico Beppino Tartaro, trapanese residente a Verona e webmaster del sito sulla processione dei Misteri di Trapani.
Il DVD tratta delle funzioni e processioni dell' Arciconfraternita della Morte, dalle Ceneri al Sabato Santo.
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La prof. ssa Marìa Encarnaciòn Cabello Dìaz abita a Màlaga ed è una studiosa delle tradizioni della Settimana Santa, non solo spagnola.
Dopo aver preso visione del contenuto del DVD "Mater Lacrimosa", mi ha inviato le due sottostanti e-mail, comunicandomi le sue impressioni sulla nostra Settimana Santa e su alcuni momenti di vita dell' Arciconfraternita della Morte.
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Da Màlaga, 14 agosto 2009 - "Procesiones".
Querido Franco,
Ya he visto el dvd. Me ha gustado mucho.
Lo que he visto me ha gustado mucho: el orden, el respeto, el silencio, el ritual, eso es continuar con la tradición de manera muy especial.
Me ha llamado mucho la atención el sorteggio per portare le statue (Bussola), me ha parecido extraordinario. Los rostros y la alegría de los hombres que salen elegidos, es una expresión maravillosa. Ese sistema de elección está muy bien, así no hay discusiones. Es extraordinario.
In merito a las imágenes de la Addolorata e della Pietà, son bellísimas las tres. En tu sitio, ya vi la imagen restaurada, es una maravilla. La Pietà me encanta, tiene unos rasgos bellísimos, muy suaves y delicados. El Cristo también es precioso.
Me he quedado sorprendida de la gran cantidad de gente que ve la procesión. En el libro que me enviaste, llamado La Notte delle Statue me maravilla el alto número de personas que se ve en las fotografías, sobre todo en corso Dante, es increíble. Es igual que en Andalucía, yo creía que en Italia iba menos gente a ver la procesión, pero veo que no, porque todos los años hay muchísima gente.
También me han sorprendido los altares de culto, es decir, el altar de la chiesa del Purgatorio. Muy bonitas las imágenes, los cirios, las flores. Es exactamente igual que en Málaga, todos los años, se varía y se cambian las formas para que esté más bello (los puedes ver en La Saeta).
En estas cosas veo más similitud entre Málaga, Andalucía, con Molfetta. Esto no lo veo en Trapani, los altares de culto, creo que no existen. Por eso me han llamado tanto la atención los de Molfetta. Son maravillosos. Creo que estáis casi todo el año preparando cosas, sobre todo en Cuaresma. En Trapani, solamente es la Scinnute y la procesión, pero lo de los altares es particular de Andalucía.
Por eso, veo mucha unión entre nuestras dos ciudades, también por las vestimentas de las imágenes, que en Trapani es distinta. Las de Molfetta son como las de Andalucía, muy parecidas, las túnicas y los mantos de las estatuas.
De todas formas, las de Trapani me gustan enormemente, cada ciudad tiene lo suyo.
Es muy importante que las cofradías estén regidas por hermanos cofrades, que tienen más devoción que una organización secular, no religiosa. Bueno eso parece que en Trapani es una batalla perdida.
Magari pronto se consiga volver a la Confraternitá.
Bueno, Franco, gracias por tu interés por la Semana Santa, que es una cosa de todos y hay que luchar para que no se pierdan las tradiciones.
Un fuerte abrazo,
Encarnita

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Da Màlaga, 28 agosto 2009 - "Bellìsimas las procesiones".
Carissimo Franco,
Ya he visto el DVD. Muchas gracias, otra vez.
Las procesiones son maravillosas. Lo que más me place es que se haya mantenido el rito antiguo. Eso es muy difícil, sobre todo en Andalucía, pero vosotros teneis unas procesiones por las que no ha pasado el tiempo, solamente, han pasado los hombres...
Un elemento que me place mucho es el palio. Antiguamente, las procesiones malagueñas también lo llevaban, se llamaba "palio de respeto". En la actualidad, ninguna procesión de Semana Santa lo lleva. Lo ha mantenido solamente la procesión del Corpus Christi.
Las estatuas son muy preciosas, es muy original, la de la Verónica, con una expresión bastante peculiar.
La Dolorosa y el grupo de la Piedad son extraordinarios, me gusta, sobre todo, la expresión de la Virgen de la Piedad.
Me place también el respeto de la procesión, la seriedad, y el sentimiento de los participantes y del público en general. Auguri por mantener las tradiciones en tu procesión y te deseo que sea así muchos años.
Un fuerte abrazo,
Encarnita
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Ritengo che, anche se scritte in spagnolo, le due e-mail siano più che intellegibili.
Mi riempie di orgoglio constatare l' apprezzamento di chi non è molfettese nei confronti delle nostre bellissime tradizioni Pasquali, grazie alla diffusione e conoscenza di esse fornita attraverso questo mio sito, nato un po' per gioco e un po' per passatempo, ma che ormai è divenuto punto di riferimento nel panorama dei siti web sull' argomento Settimana Santa.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.

mercoledì 9 settembre 2009

19/9/09 - Concerto presso la Chiesa del Purgatorio "Sento l' amaro pianto"

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Sabato 19 settembre 2009, alle ore 20.00, come precedentemente promesso dal Priore dott. Franco Stanzione durante la trascorsa Quaresima, presso la Chiesa del Purgatorio saranno nuovamente eseguiti i canti del Settenario a Maria SS. Addolorata musicati per banda.
Ancora una volta l' Arciconfraternita della Morte si avvarrà della bravura degli ormai collaudatissimi musicisti dell' Orchestra Giovanile della Parrocchia S. Pio X , della quale il Priore è un grande estimatore.
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Vi è motivo di credere che questa iniziativa dell' Arciconfraternita della Morte sarà accolta con molto favore, oltre che dai confratelli, soprattutto da parte molfettesi devoti a Maria SS. sotto il doppio titolo di Regina dei Martiri e Madre dei Dolori.
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Il concerto sarà eseguito subito dopo il termine del Settenario a Maria SS. Addolorata, organizzato dalla omonima Associazione Femminile.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.

mercoledì 2 settembre 2009

Mons. Pasquale Gioia, un Vescovo che ha fatto parlare di se

A cura del Prof. Cosmo Tridente.
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Come già scritto in altro post di questo sito (“Un avvenimento senza precedenti nella Settimana Santa molfettese del 1934”), Mons. Pasquale Gioia, che resse la nostra diocesi dal 1922 al 1935, era un prèsule rigoroso e severo (non per nulla, prima di essere elevato alla dignità episcopale, era stato un frate dell’Ordine dei Somaschi).
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Preoccupato soprattutto di tenere lontano dal suo gregge gli errori che lo minacciavano, il vescovo si impegnava ad esporre la dottrina cristiana in maniera consona alle necessità dei tempi; i discorsi e gli scritti furono le pacifiche armi da lui usate e che spesso suscitavano nell’interlocutore sentimenti di disapprovazione. Con una lettera pastorale del 12 dicembre 1926, indirizzata ai parroci, con preghiera di ampia diffusione, precisò il suo punto di vista in merito alle processioni. Ecco il testo:
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Le leggi ecclesiali debbono osservarsi. E dai Rettori e dai Padri Spirituali debbono farsi osservare anche da parte delle numerose Confraternite, adoperandosi a restituire alle processioni l’importanza religiosa, come noi siamo riusciti a fare nelle processioni eucaristiche e correggendo in esse ciò che è contro alle tradizioni della Chiesa Cattolica e alla stessa ragione. Basti accennare alla anomalia della processione della Madonna con Cristo Morto nelle ore mattinali del sabato santo. Niente di più assurdo. In questa materia non permetteremo che altri si inserisca perché è tutta materia che dipende dall’Autorità Ecclesiastica. Così sappiamo tutti che non tollereremo che siano esposte alla venerazione dei fedeli immagini di carta e certe statue o altro che né la pietà, né l’arte possono tollerare nella casa di Dio. Chi si regolerà altrimenti andrà incontro, oltrecchè alle pene, ad una nota di biasimo che rimarrà negli atti della Santa Visita.
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Altra decisione di Mons. Gioia presa all’inizio degli Anni Trenta, poi vanificata nel tempo, fu quella di far celebrare nella Chiesa del Purgatorio e in quella di Santo Stefano, a cura delle rispettive Arciconfraternite, la Messa in “Coena Domini” del giovedì santo, senza però la reposizione nell’urna del Santissimo Sacramento, cioè senza mettere Gesù nel “sepolcro”. Ciò perché le persone che visitavano le chiese del Purgatorio e di Santo Stefano, per ammirare le statue e commentare l’addobbo, si distraevano dal dare il giusto tributo di preghiera e di adorazione al Santissimo Sacramento. La decisione del vescovo fu saggia, se pensiamo che oggi la visita ai “sepolcri” è diventata, tranne poche eccezioni, una vera gazzarra: una massa di persone chiassose, irriverenti che si spostano di chiesa in chiesa, come allegre comitive, senza alcuna considerazione per il luogo sacro.
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"Pellegrinaggio della diocesi a Roma, con Mons.Gioia, in ricorrenza del Giubileo della Redenzione del 1933".

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Inoltre, il vescovo era estimatore e conoscitore del canto gregoriano e pretendeva che tutti i sacerdoti, anche gli anziani, ne fossero edotti; egli stesso lo insegnava ai seminaristi, sottoponendoli poi ad esami di teoria e facendoli esibire in pubbliche esecuzioni.
La sua morte fu improvvisa, come ricorda Mons. Leonardo Minervini, di venerata memoria.
La mattina di quel fatale 31 marzo Mons. Gioia si trovava in Cattedrale per assistere alla liturgia eucaristica della IV Domenica di Quaresima (Laetare). La celebrazione si era svolta regolarmente, vi era stata la predica quaresimale con il ricordo della anime purganti e il canto del “Dies irae”. Verso la fine della Messa il vescovo, sempre scrupoloso e attento al cenno del cerimoniere, si comportava stranamente. Qualcosa gli impediva di proseguire il rito; restava seduto e a mala pena impartì la benedizione finale. Rientrato in episcopio, ancora con le sontuose vesti prelatizie, cadde a terra svenuto. Fu un momento di grande sgomento tra i seminaristi e i giovani sacerdoti presenti. Intanto in Cattedrale si stava celebrando la messa delle ore 12. Nel coro c’era un medico, il dott. Girolamo Gadaleta il quale, chiamato urgentemente in episcopio, dopo una visita sommaria e aver somministrato al vescovo le prime cure, fece una diagnosi infausta: “angina pectoris”. Su di una sedia a sdraio Mons. Gioia fu trasportato nella sua camera da letto, mentre era sopraggiunto anche il canonico curato della Cattedrale, don Mauro Amato (detto per inciso, non capisco perché il presule non sia stato portato in Ospedale, date le sue gravi condizioni!). Il dott. Gadaleta tornò nel pomeriggio ma, constate le condizioni dell’infermo, lasciò intendere a quanti affollavano il corridoio d’ingresso che, salvo un improbabile capovolgimento, verso le prime ore del giorno successivo per Mons. Gioia, sarebbe stata la fine. Infatti, all’alba del 1 aprile il vescovo cessò di vivere, lasciando increduli i fedeli delle tre diocesi e tutti i cittadini di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi.

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La redazione di “Luce e Vita”, nel commemorare lo scomparso vescovo propose di innalzare un degno ricordo sulla tomba in cui, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, erano stati sepolti i suoi resti mortali.
Con contributi e offerte varie, si mise insieme la somma necessaria per erigere la stele funeraria, ideata e realizzata dallo scultore molfettese Giulio Cozzoli. L’epitaffio fu composto dal prof. Maurilio De Rosa, ordinario di lettere al Seminario Regionale. Questo il testo:
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In pace Christi hic quiescit / PASCHALIS GIOIA c.r.s../ Ep Melphict. Terlit. ac Iuven. / merito piandus in aevum / ut qui hoc delubrum / studioso populi concursu / e fundamentis excitavit / vota capiat exequialia / mente secunda ac corde inoblito fidelium / Obiit Kalen. April. MCMXXXU
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Traduzione: Nella pace di Cristo qui riposa Pasquale Gioia Vescovo di Molfetta, Terlizzi e Giovinazzo della Congregazione Regolare Somasca. Meritevole di essere suffragato nei secoli, perché egli che questo tempio con amoroso concorso del popolo innalzò dalle fondamenta riceva voti e preghiere con cuore affettuoso e memore dei fedeli. Morì il 1° aprile 1935.
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Il 2 aprile 1935 fu nominato Amministratore Apostolico della diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi Mons. Marcello Mimmi, Arcivescovo di Bari. Fu lui che approvò il comitato per erigere la stele funeraria e che portò a termine l’iniziativa. Infatti, due anni dopo la morte di Mons. Gioia, il 7 aprile 1937, fu inaugurato il “degno ricordo”, nel corso di una solenne celebrazione eucaristica di suffragio, presieduta dal nuovo vescovo, Achille Salvucci (dicembre 1935 – marzo 1978). Oltre al popolo vi parteciparono nove vescovi della Regione, il clero delle tre diocesi, i seminaristi del Vescovile e del Regionale, membri dell’Azione Cattolica, autorità di ogni ordine e grado. Al termine della Messa, tenne il discorso celebrativo Mons. Francesco Maria Sanna, vescovo di Gravina, parlando della vita di un caro amico scomparso, quale fu Mons. Gioia.
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Il 9 maggio 1935, alle ore 18, nella chiesa del Purgatorio, per iniziativa del Rev. Teologo Don Tommaso Maglione, si tenne un solenne funerale in memoria di Mons. Gioia, alla presenza di un folto numero di confratelli della Morte e dell’amministrazione in carica presieduta da Corrado Maria Poli (Giacomo Palumbo 1° Componente; Giuseppe Mezzina 2° Componente). Alla cerimonia funebre partecipò anche l’Azione Cattolica.
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Testo e foto del prof. Cosmo Tridente.

giovedì 27 agosto 2009

Un avvenimento senza precedenti nella Settimana Santa molfettese del 1934

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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Nell’elenco dei vescovi che si sono avvicendati nella nostra sede episcopale, troviamo Mons. Pasquale Gioia, vescovo della diocesi dal 1921 al 1935.
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Nativo di Santa Croce del Sannio (Benevento), apparteneva all’ordine dei Somaschi (dal nome della loro prima fondazione a Somasca, nel comune di Vercurago). Fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi il 30 settembre 1921, quando era parroco della chiesa di S.Martino in Velletri, da Papa Benedetto XV e consacrato il 1° novembre dello stesso anno nella Cattedrale di S. Clemente della stessa città. Egli fece il suo ingresso nella nostra città il 5 novembre dello stesso anno e assunse come motto araldico: “Fortiter et suaviter” (Fortemente e dolcemente, ovvero con forza e con dolcezza).
Fu uomo energico, rigoroso e impulsivo, intransigente e rigido; qualità che spesso suscitavano antipatie nelle persone che egli spesso riprendeva, laici o preti, sia in pubblico che in privato, anche durante le funzioni liturgiche.
Possiamo dire che il suo episcopato fu incentrato nella realizzazione di quattro punti essenziali a cui si dedicò con tenacia e dolcezza per essere in linea con il suo motto:
1) la costruzione della chiesa del Sacro Cuore di Gesù su un suolo donato da Domenico Gagliardi;
2) lo sviluppo dell’Azione Cattolica;
3) curare lo spirito religioso della diocesi;
4) la realizzazione del bollettino interdiocesano “Luce e Vita”, di cui il primo numero vide la luce l’11 luglio 1925.
Morì il 1 aprile 1935 e i suoi resti riposano nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, da lui voluta. La tomba è contraddistinta da un’artistica stele funeraria, opera dello scultore Giulio Cozzoli. In essa spicca il grande medaglione con l’effigie del vescovo in marmo di Carrara.
Durante il suo episcopato, i rapporti con l’Arciconfraternita della Morte furono tutt’altro che sereni. Contrario allo sperpero nelle feste patronali, come all’eccessivo attaccamento alle processioni precedenti la Pasqua, Mons. Gioia, fin dall’inizio del suo mandato episcopale aveva cercato di attuare un ridimensionamento di questi riti tradizionali, agendo con risolutezza e destrezza.
Un esempio di questa sua condotta lo troviamo in un “editto per la Quaresima del 1927”, da lui firmato in data 22 febbraio 1927. Ecco il testo:
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“Ai confratelli della Morte ordiniamo di regolare le processioni di Maria Vergine Addolorata nel modo seguente. Nel venerdì di passione porteranno in processione il gruppo della Pietà, quasi ad indicare il tema del dramma di dolore che cominciava a rappresentarsi. Nella notte del venerdì al sabato santo porteranno invece la Madonna Addolorata con la croce senza Gesù e con Lei tutte le altre statue secondo la consuetudine, curando che la processione esca in tempo per poter rientrare all’ora stabilita”.
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Mala tempora currunt! (Brutti tempi corrono!) si diceva da più parti leggendo quel tassativo e laconico comunicato vescovile. Quale la “ratio” di questo editto? Per Mons.Gioia, il fatto che il sabato santo si portasse in processione il Cristo Morto sulle ginocchia della Madre quando, secondo la cronologia degli eventi, era già nel sepolcro, costituiva un rospo che non riusciva a ingoiare. D’altro canto, gli amministratori della Morte erano irremovibili nella loro secolare tradizione: la Madonna del venerdì di passione era e doveva essere l’Addolorata;
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la Madonna del sabato santo era e doveva essere la Pietà.
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L’ editto del vescovo provocò delle reazioni negative sia nei confratelli della Morte, sia nella stessa popolazione di Molfetta. “A lé Mòrte cheménnìmme néue, ìdde scèsse a cheménné a le prìevete e a le mùnece de la Cappecciàiene” (Alla Morte comandiamo noi, lui andasse a comandare ai preti e ai monaci dei Cappuccini), dicevano i confratelli del sacco nero. A questa intransigente presa di posizione, faceva eco l’intera popolazione: “Re precessiàune nèn ze chéngene, Ménzegnòre scèsse a cheménné o paiàiese da’ddó a venéute” (Le processioni non si cambiano, Monsignore andasse a comandare al paese donde viene).

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Pertanto, l’ordine impartito con l’editto non fu mai eseguito. Negli anni successivi quello che il vescovo potette ottenere fu l’anticipo di mezz’ora all’orario di uscita della processione: cioè l’uscita di S. Pietro alle 23 anzicchè alle 23.30 e l’uscita della Pietà alle 23.30 anzicchè a mezzanotte. In questo modo l’uscita del gruppo della Madonna col Cristo in grembo sarebbe rientrata nel tempo cronologico del venerdì e non del sabato santo.
Ma Mons.Gioia non si dava per vinto, non si rassegnava all’idea di dover rinunciare alle sue proposte innovative per cui con pazienza aspettava il momento in cui avrebbe dato scacco matto all’Arciconfraternita della Morte e al popolo di Molfetta. E l’occasione si presentò nella Pasqua del 1934 allorquando Papa Pio XI (al secolo Achille Ratti) concluse il Giubileo straordinario della Redenzione indetto con bolla “quod nuper” del 6 gennaio 1933 per ricordare il 19° centenario della morte e resurrezione di Cristo. Il momentoculminante di quel Giubileo fu nella canonizzazione di S. Giovanni Bosco (1815 – 1888), fondatore della congregazione dei Salesiani.

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L’Arciconfraternita della Morte, sotto il priorato di Vito Onofrio Binetti, con un suo comunicato, modificò il calendario delle processioni nel modo seguente:

23 marzo (venerdì di passione) alle ore 18 uscita dell’Addolorata, seguendo il tradizionale percorso;

24 marzo (sabato antecedente la domenica delle palme) uscita della Pietà e dopo aver percorso via Morte, via Piazza, e un tratto di corso Dante rientro in Cattedrale. Qui rimase per tre giorni animati da un triduo di preghiere predicato da Mons.Vittorio Consigliere, vescovo di Ascoli Satriano e Cerignola, già Predicatore Apostolico;

27 marzo (martedì santo) alle sei pomeridiane la Pietà fu riportata dalla Cattedrale alla chiesa del Purgatorio, percorrendo corso Dante, via S.Angelo, via Sergio Pansini, via S. Benedetto, via S. Domenico, corso Dante, chiesa del Purgatorio. Si trattò di una solenne processione alla quale parteciparono: il Vescovo, le autorità civili con il Podestà Stefano De Dato, il Capitolo Cattedrale con l’Arcidiacono Mons.Felice Carabellese, il Seminario Regionale con il Rettore Mons. Pietro Ossola il Seminario Diocesano, i Frati Minori del Santuario della Madonna dei Martiri con il Guardiano, Padre Gaetano Spina, i padri cappuccini, le varie Confraternite e Associazioni Cattoliche, e tutto il clero;

31 marzo (sabato santo) all’una di notte, uscita della SS. Vergine Addolorata al posto della Pietà, con le altre statue venerate nella chiesa del Purgatorio.
Almeno per una sola Pasqua, Mons. Gioia potette cantare vittoria. L’ anno seguente (1935) la morte lo colse per un attacco di angina pectoris. “Dum anima est, spes est” (Finchè c’ è vita c’ è speranza), direbbe Cicerone (Ad Atticum).

* Testo del prof. Cosmo Tridente.

* Foto dell' archivio del dott. Franco Stanzione.

mercoledì 5 agosto 2009

San Giovanni nei Vangeli, nei detti e nella cronistoria dell' Arciconfraternita della Morte

A cura del prof. Cosmo Tridente.
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San Giovanni è l’ultima statua, prima della Pietà, ad uscire in processione, il sabato santo, dalla chiesa del Purgatorio.
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I portatori appartengono alla Congrega di Sant’Antonio da Padova e indossano: camice, cappuccio, mozzetta e cingolo con fiocco bianchi, sulla mozzetta piastra di metallo riproducente Sant’Antonio da Padova.
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Intanto vediamo insieme chi è questo straordinario personaggio.
Figlio del pescatore Zebedeo, Giovanni fu prima discepolo di Giovanni il Battista, poi, alla sua morte, entrò con il fratello Giacomo il maggiore nel numero dei dodici apostoli.
«Mentre (Gesù) camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono» (Matteo 4,18-22). Attenzione dunque a non confondere Giovanni il Battista ...
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... con Giovanni l’Evangelista:
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... il primo, figlio di Elisabetta e di Zaccaria, è il “precursore” preposto a preparare la venuta di Cristo; il secondo, figlio di Zebedeo e di Maria Salome, è il “continuatore” preposto a mantenere la memoria del Cristo fino alla fine.
San Giovanni è citato in alcuni detti popolari molfettesi dai quali si evince che trattasi del Battista: “A Sén Gevénne pìgghie chelùmme e émminele n’ghénne” (A San Giovanni prendi fioroni e mangiali, cioè a San Giovanni maturano i fioroni); “A Sén Gevénne chelùmme n’ghénne a Sén Bìete fàieche appàiese” (A San Giovanni i fioroni sono pronti per essere mangiati, a San Pietro i fichi sono ancora appesi all’albero perché acerbi); “Quénne chiòeve a Sén Gevénne re castégne càdene n’dèrre” (Quando piove a San Giovanni le castagne cadono prima di essere mature); “Sén Gevénne (24 giug.) méitetòere, Sén Bìete (29 giug.) attacchatòere” (San Giovanni mietitore, San Pietro legatore ); “U Sén Gevénne nén ze néiegh’a nesciàune” (Il San Giovanni non si nega a nessuno), cioè il “comparizio”(comparatico) per battesimo, cresima e nozze, non deve mai rifiutarsi perché è una sorta di “creazione” di nuova parentela, frequente tra vicini e conoscenti o utile a rinsaldare vincoli parentali preesistenti. San Giovanni Battista è dunque il tutore del “comparizio” perché secondo i Vangeli battezzò Cristo nel fiume Giordano. Perciò ogni persona, che assume la tutela del battezzato in quanto tale, anche se non è l’esecutore manuale del battesimo, è messo in relazione con colui che, sempre secondo i Vangeli, non solo annunciò e precorse l’opera di Cristo, ma anche con quella cerimonia, diventata le soglia del cristianesimo, lo riconobbe mandato dallo Spirito. Ogni funzione di tutela dell’iniziato ad una nuova forma di vita mediante un sacramento (cresima, matrimonio) ha assunto la stessa definizione di comparatico del battesimo.
San Giovanni Evangelista è, invece, citato in un altro detto, piuttosto colorito nel linguaggio, che è una vera e propria invettiva contro i traditori, quale fu Giuda Iscariota: “Sén Gevénne pìgghieu n’ghénne e fa scettà u venèiene dé n’ghénne” (San Giovanni prendilo per la gola e fai buttare il veleno dalla stessa)
San Giovanni Evangelista è tradizionalmente considerato “il discepolo che Gesù amava”, autore del Vangelo secondo Giovanni, di tre Lettere e dell’Apocalisse che in greco significa Rivelazione. Questo libro profetico, l’unico del Nuovo Testamento, gli fu ispirato da un angelo: «Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dentro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese…”».
Quando un villaggio samaritano rifiutò ospitalità a Gesù, che si stava recando a Gerusalemme, Giovanni e Giacomo dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Luca 9,54) , parole che lasciano intendere una fede ardente, mista a reazioni impulsive e veementi. Giovanni deteneva una posizione di privilegio nel gruppo. Durante l’ultima cena il discepolo si china verso Gesù chiedendogli chi lo tradirà (13,23-26). E’ presente nel giardino del Getsemani ed è probabilmente “l’altro discepolo” che seguì Gesù dopo il suo arresto, con Pietro, e che udì quest’ultimo rinnegare Gesù per tre volte, prima del canto del gallo (18,13-16). Unico degli apostoli a trovarsi fra le donne sotto la croce cui Cristo affidò la propria madre affranta dal dolore, dicendo “Donna, ecco il tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre” (19,26-27).
Il passo evangelico è citato da Dante nella Divina Commedia (Paradiso XXV, 112-114):
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“Questi è colui che giacque sopra ’l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto”
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Parafrasando, significa: Questi (l’apostolo Giovanni) è colui che posò il capo, nell’ultima cena, sopra il petto di Cristo (pellicano); ed egli fu da Cristo in croce scelto all’alto ufficio di figlio di Maria. La leggenda popolare narrava che il pellicano fosse un uccello il quale, se morivano i figli, li risuscitava con il proprio sangue, squarciandosi il petto con il becco. Esso simboleggia Cristo che, con il suo sangue, risuscita l’umanità dalla morte delle colpa.
Giovanni fu il primo degli uomini a raggiungere il sepolcro vuoto, accorrendo all’appello di Maria Maddalena e superando Pietro, più vecchio e più lento di lui, ma aspettando poi per farlo entrare per primo (20,2-6). E’ al fianco di Gesù risorto selle sponde del lago di Tiberiade (21,7). Tra i discepoli poi si diffuse “la voce che quel discepolo non sarebbe morto” ma che avrebbe vissuto fino alla venuta di Cristo nella gloria (21,23).
Sappiamo che Giovanni fu una figura importante della Chiesa primitiva e che visse molto a lungo. Suo fratello Giacomo, invece, morì durante la persecuzione dei cristiani da parte di Erode Agrippa I. Gli ultimi tempi della vita di Giovanni sono narrati dalla tradizione orale: dopo un lungo confino nell’isola greca di Patmos (in greco: Πάτμος) si stabilì con Maria ad Efeso (Turchia) dove morì durante l’impero di Traiano, all’età di circa 94 anni. Sembra sia sopravissuto a tutti gli altri apostoli ed è l’unico di cui si sappia con certezza che non subì il martirio.
Giovanni è, inoltre, come dice Dante (Paradiso XXXII, 127-129):

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“Quei che vide tutti i tempi gravi
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi”
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Cioè: è colui che, prima di morire, vide tutte le calamità e le sventure (tutti i tempi gravi) della Chiesa (de la bella sposa) che Cristo si acquistò con la lancia e con i chiodi che trafissero il suo corpo.
Fino alla Pasqua del 1926 venne portata in processione la statua di San Giovanni Evangelista dello scultore napoletano Francesco Verzella (commissionata dall’Arciconfraternita della Morte intorno al 1829). La statua raffigura l’apostolo prediletto in atto di preghiera e contemplazione con lo sguardo rivolto verso il cielo e le mani congiunte con le dita incrociate.
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In un’assemblea dell’Arciconfraternita della Morte del 19 settembre 1926, il priore pro tempore, Giuseppe Peruzzi, rese noto che la statua di San Giovanni era corrosa dai tarli in maniera tale da non poter più essere portata in processione, ragion per cui aveva preso contatti con Cozzoli per la realizzazione di una nuova statua. Lo scultore ebbe difficoltà ad accettare perché impegnato a completare il monumento ai Caduti di Molfetta; tuttavia aderì alla richiesta, sottoponendosi ad un più intenso ritmo di lavoro.Preparò vari bozzetti, avendo intenzione di raffigurare San Giovanni non con le mani giunte in atto di preghiera, com’era la statua precedente, bensì in una posa diversa. Ma gli amministratori insistettero affinché la nuova statua avesse lo stesso atteggiamento. In caso contrario non sarebbe stata accettata di buon grado dalla popolazione. Cozzoli, seppure malvolentieri, dovette piegarsi. Ma l’ostacolo più grave lo frappose il Vescovo, Mons. Pasquale Gioia. Appena saputo dell’incarico affidato al Cozzoli dalla Confraternita della Morte, ribadì agli amministratori il suo punto di vista: non potersi impartire la benedizione a immagini di cartapesta. Dopo frenetici incontri tra Peruzzi e Cozzoli, si convenne quanto segue: Cozzoli avrebbe plasmato in argilla una statua di sessanta centimetri, completa nei minimi particolari.
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Da questo modello uno scultore veneziano residente a Bari, esperto di riproduzioni lignee, avrebbe ricavato l’intera statua in legno, che Cozzoli avrebbe poi colorato. L’opera era già in fase avanzata, tutto sembrava andare per il verso giusto, quando lo scultore veneziano, che aveva dato segni di squilibrio mentale, impazzì. Abbandonò la residenza di Bari, senza lasciare alcuna traccia di sé. “Non esiste alcun ingegno se non mescolato alla pazzia”, dice Petrarca (Epistola metrica a Zoilo). Un legame fra genialità e pazzia era già noto agli antichi. Un esempio importante è il poeta latino Tito Lucrezio Caro che impazzito, vittima di una passione amorosa, riesce comunque a completare la sua grande opera “De rerum natura”, approfittando degli intervalli di lucidità. L'affermazione di Seneca che "non è mai esistito ingegno senza un poco di pazzia" non è stata finora smentita. Persino gli studi psicologici del XX secolo hanno dimostrato che circa il 25-30 per cento dei grandi scienziati ha avuto qualche disturbo psichico, dalla schizofrenia alla depressione, alla paranoia. Le stesse patologie, oltre a ossessioni, anoressia e asocialità, hanno attanagliato molti artisti: scrittori, musicisti, pittori. Ne erano affetti personaggi come Rilke, Kafka, Goethe, Rousseau, Proust, Van Gogh, Schumann, Wolf, Pavese. Anche Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, soffriva di fobia sociale, che teneva sotto controllo assumendo droghe che "gli scioglievano la lingua".
Fatto sta che l’artista veneziano, con la sua pazzia e irreperibilità, aveva creato grossi problemi sia agli amministratori dell’Arciconfraternita che allo stesso Cozzoli: il tempo stringeva, né si prospettava un’altra soluzione. Per cui Cozzoli eseguì la statua tutta di sua mano e, come le altre, di cartapesta.
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Mons. Gioia fu comprensivo. Senza disdire quanto aveva detto, s’indusse a benedire la nuova statua di San Giovanni la domenica delle palme e fu portata in processione il sabato santo del 1927.
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Ma dichiarò che, a tale proposito, non ci si poteva più attendere da lui ulteriore tolleranza.
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A questo punto, l’uscita del baldacchino retto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Morte, segnala che l’uscita della Pietà è imminente, giusto il tempo di cantare in chiesa il “Vexilla Regis Prodeunt” di Venanzio Fortunato.
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Il baldacchino è a otto aste reggenti una coltre di velluto pregiato con galloni e frangia dorati. Sulla fascia anteriore e posteriore si vede lo stemma dell’Arciconfraternita (un teschio con due stinchi incrociati), mentre su quelle laterali è riprodotta una croce in oro.
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* Testo del prof. Cosmo Tridente.
* Foto dell' archivio privato del dott. Franco Stanzione.

martedì 4 agosto 2009

Le mie vacanze in Sicilia - 2^ parte

Durante le mie vacanze siciliane di quest' anno, dopo essere stato a Trapani "città dei Misteri" (Misteri nel senso religioso ... non si fraintenda ...) sono stato a Caltanissetta per incontrare i miei amici nisseni, in particolare Nicola Spena, presidente della Associazione Piccoli Gruppi Sacri e Gianni Taibi, presidente e Console onorario della Real Maestranza.
Appena giunto a Caltanissetta sono andato però in Cattedrale, a rendere doveroso omaggio al Cristo Morto nell' Urna che esce con gli altri quindici Gruppi la sera del Giovedì Santo.
Ovviamente la famiglia è rimasta al villaggio turistico di Cefalù, essendo totalmente disinteressata a tutto ciò che riguarda i miei rapporti con ciò che ha a che fare con la Settimana Santa.
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Subito dopo sono andato presso la sede della Associazione Piccoli Gruppi, dove sono esposte permanentemente tre delle diciannove "Varicedde" portate in processione la sera del Mercoledì Santo.
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Queste sono opere veramente pregevoli, tanto da meritare di essere immortalate attraverso un francobollo emesso da Poste Italiane nel 2000 (il Cireneo).
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L' orazione nell' orto
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La deposizione o "Scinnenza"
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La traslazione
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Ovviamente era inevitabile immortalare l' incontro con il carissimo amico Nicola Spena, "custode" della Scinnenza ...
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... e con Angelo Bruccheri, proprietario della Orazione nell' orto.
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Era già da marzo di quest' anno che, in occasione del Convegno svoltosi a Caltanissetta sul tema della "Settimana Santa in Andalusia, Sicilia, Puglia" a cui ho partecipato come relatore sui Riti Quaresimali e della Settimana Santa di Molfetta, avrei voluto fare un mio personale omaggio alla Associazione Piccoli Gruppi ed alla Real Maestranza; purtroppo causa il fatto che ci sono andato in aereo, non potevo portare molti bagagli al seguito.
Ho provveduto questa volta, consegnando a Nicola Spena un riproduzione su tela di una foto della Pietà, da me realizzata ...
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... e a Gianni Taibi un' altra fotoriproduzione su tela del volto della nostra Addolorata (sempre opera mia).
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Nicola Spena ha provveduto immediatamente a dare una degna collocazione alla nostra bellissima Pietà, nella sede della Associazione ...
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E' una mia grandissima soddisfazione sapere che da ora in poi un po' di Molfetta sarà presente a Caltanissetta, non solo presso la Associazione Piccoli Gruppi, ma anche presso la sede della Real Maestranza, alla quale mi sento molto legato ...
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... ed ovviamente l' incontro con questi carissimi amici non poteva che terminare con un momento di convivialità in un ristorante del centro storico.
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Spero di ritornare a Caltanissetta il prossimo anno in occasione del "Sabatino" della Real Maestranza, in marzo ... impegni quaresimali molfettesi permettendo.
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* Testo e foto di Franco Stanzione.